Introduzione al Cinema contemplativo

Una guida per avvicinarsi al Cinema contemplativo, anche conosciuto come slow cinema, generalmente riconducibile (nell’ambito) a ciò che predilige la ripresa al suo oggetto, alla narrazione, ricorrendo sporadicamente al montaggio, così da favorire riflessioni sull’immagine posta. Facciamo presente che l’ordine col quale vengono riportati i nomi ed i titoli, lungi dall’essere prettamente classificativo, rappresenta seppur relativamente la rilevanza dei soggetti all’interno del panorama cinematografico. In grassetto sono riportati i titoli consigliati maggiormente all’interno della singola filmografia; i titoli con link annesso riportano alle relative recensioni.

  • Andrej Tarkovskij (1932-1986)

SOLARIS; STALKER; LO SPECCHIOANDREI RUBLEV; SACRIFICIO


  • Michelangelo Antonioni (1912-2007)

PROFESSIONE: REPORTERLA NOTTE; L’ECLISSE; DESERTO ROSSOBLOW-UP; ZABRISKIE POINT; L’AVVENTURA


AU HASARD BALTHAZAR; MOUCHETTE; IL DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA; DIARIO DI UN LADRO; IL DIAVOLO PROBABILMENTE

↑già presenti nella precedente guida

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Risvolti #2 – Pedro Costa: l’esigenza di filmare

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Cinema in perenne opposizione al sistema. Cinema come espressione di dissenso, di riluttanza, sempre dalla parte degli oppressi e degli emarginati. Si riparte dalle rovine, dagli anfratti nauseabondi degli sconfitti, di chi ricerca la speranza nella rivoluzione, reale e tangibile. Questo il filo conduttore che muove e contraddistingue l’operato del cineasta portoghese Pedro Costa (1959, Lisbona, Portogallo), questa la chiave per interpretare una filmografia carica di indignazione, di speranza, di terrore, delusione ma anche fiducia in quel riscatto che deve ripartire dalle ceneri di un’umanità sepolta nelle macerie. Se fin dalle primissime opere Costa aveva mostrato parvenze refrattarie all’evoluzione personale e ideologicamente densa di significati, rifacendosi forse eccessivamente ad un Cinema poco attuale, ma soprattutto stilisticamente poco adatto ai tempi correnti, vedasi Blood (O Sangue, 1989), già con Ossos (1997) vira con decisione verso un binomio immagine-significante e immagine rivoluzionaria decisamente unico nel panorama cinematografico suo contemporaneo.

Fotogramma da Ossos (1997)

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Agatha et les lectures illimitées

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Agatha et les lectures illimitées(1981) – Marguerite Duras / Francia

L’amore è sempre stato al centro dell’opera di Marguerite Duras, fulcro tematico spesso portato ad espediente per parlare d’altro. L’amore come occorrenza, occasione, schiavitù, l’amore come inattuabilità. E qui, in “Agatha et les lectures illimitées”, forse la più testamentaria fra le pellicole conclusive della carriera dell’autrice, si assiste ad un rapporto incestuoso, quello tra fratello e sorella, lo stesso che si svela per via romanzesca, tramite parole non più immagini, un sentimento dal passato carnale che ha però molto di spirituale, qualcosa di profondamente vissuto.

Una voce ininterrotta, quella della regista stessa, definisce il racconto. Dall’altra parte vi sono immagini fredde, sequenze quasi sempre immobili. La riva del mare, lo sguardo di una donna, un quadro. E poi i vetri delle porte, delle finestre. Si può dire siano proprio i vetri a fare da protagonisti figuratamente, se si considera l’importanza che gli si conferisce nel corso del film. Il confine tra il dentro ed il fuori, all’esterno la possibilità per la luce, ma anche l’ostacolo verso il mare, verso l’infinito, dall’altra parte solamente la possibilità di scorgere i paesaggi al di fuori ma pur sempre rimanendo dentro, oppressi dal buio degli spazi chiusi, relegati nella negazione della realtà. Si metaforizza così l’impossibilità del rapporto tra i due giovani, i cui sguardi non si incontrano mai, eppure entrambi sono lì, ripresi nella loro solitudine, nella loro impotenza. Ancora una volta un microcosmo alienato dal resto del mondo, annientato dallo stesso.

Fiumi di parole accompagnano volti e paesaggi stabilendo anch’essi radicalità all’opera, già di per sé estremamente draconiana, coraggiosa ed allo stesso tempo indifferente alle logiche della finzione, come prova la ripresa della mdp allo specchio, un’immagine che uccide l’idea di messinscena, di rappresentazione abbattendo la quarta parete in stile godardiano. La compagine dell’opera, difatti, è un organismo a sé stante che vive di impulsi e suggestioni creati dall’armonia tra la parola e l’immagine. Appoggiandosi al fascino della prosa (la professione primaria della Duras era quella di scrittrice), qui come in tutte le opere dell’autrice, si viene ad instaurare un clima anomalo, quasi romanzesco, dal flusso verboso, forse, esasperato nella propria mancanza di istituzionalità, ma mai innocuo. La sperimentazione sull’immagine, iniziata già verso metà degli anni ’70, volta a delirare il senso comune della stessa, trova qui maggior eterogeneità assumendo sia caratteri di stampo documentaristico, ricordanti “Le Camion”, sia quelli più poetici e contemplativi riecheggianti “Son nom de Venise dans Calcutta désert”.

Un rapporto dunque, quello tra suono ed immagine, gravemente tormentato, in continua ricerca dell’anti-estetismo più drastico, rancoroso e disprezzante la realtà nella quale persiste. Quello della Duras è un mondo privo di speranze, ed i suoi personaggi anime che non credono più in niente, nemmeno in ciò che è giusto e necessario. L’amore come vie di fuga fittizia, perché qualcosa di impossibile, fallace; la Rivoluzione come imposizione morale, urgenza sociale, dall’altro lato, tuttavia, una lotta la cui fede svanisce sempre di più, fino alla sfiducia più totale, alla consapevolezza della fallimentarietà insita allo stesso atto sovversivo. Non resta altro che una chimera.

Voto: ★★★★/★★★★★

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Les Eaux Dormantes

Les eaux dormantes (2016) – Emmanuel Piton / Francia

“Allora verrà l’esaltazione, la marea, il boato, la rivolta. Fagociterà tutto al suo passaggio. A tutti coloro che muoiono la testa contro il muro”

Aspettando Godot in quel luogo eterno che si definisce tale proprio in quanto estraneo a noi, infinitamente tale, sospeso in quell’attimo dove la vita cede il passo al perpetuo dolore. Lì, in quel limbo sconsacrato, in quel paesaggio lunare avvolto da un pallido, fosco grigiore, le tenebre di Piton diventano simbolicamente, inaspettatamente umane, a noi insieme affini ed estranee, come la morte. Presiede, esiste, ma non ora, forse dopo. Ciò che manca qui è l’acqua, la fonte prima di sostentamento, di sopravvivenza. Gli alberi un tempo fieri e troneggianti urlano, implorano. I torrenti scompaiono persi nei propri letti. Dimore di antichi abitanti stentano nel deserto più totale. In esso si specchia un uomo, un fantasma, un verme contorto in inutili (forse gli ultimi) spasmi strazianti. È acuto il dolore che ci dimena, sempre più a fondo ci scuotono gli echi dei nostri morti, quelli sottomessi dal potere, alzando le barricate, il frastuono dei manganelli e il luccichio degli elmetti ad opporglisi. Ma il termine è sempre lo stesso, la testa contro il muro, i corpi avvolti dalle fiamme, un ideale di libertà infranto, sedato nel sangue (scorrono i nomi di alcuni dei troppi morti per la causa rivoluzionaria, e con essi le loro storie: Mohamed Bouazizi, Justin Zongo, Juan Josè Cabral, Anna Walentynowycz). In diciassette minuti, “Les eaux dormantes” spalanca un abisso sotto i nostri piedi. Non è nemmeno più l’immagine a dettare le circostanze, né tanto meno chi la trascende, siamo noi a dettarle per mezzo suo: e questo perché si parla fondamentalmente di un inno alla morte, a quella morte infame che però ci spetta e ci è spettata. Un oltre-luogo, un altrove, il calvario necessario e definitivo, la fine.

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Hypnosis Display

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Hypnosis Display(2014) – Paul Clipson / USA

Si parla di quella frattura ubicata tra la percezione diretta dello spazio circostante, di ciò che lo distingue (suoni, volti, idee, ricordi…), e la comprensione dello stesso da parte dell’osservatore, di noi stessi. Si parla di rendere vive, o meglio attuali, certe realtà, certi luoghi che risiedono nella coscienza più che nella memoria e che nella memoria, come da origine, devono tornare. Si deve, allora, secondo l’operazione avanzata da Clipson, sanare, riempire, concretizzare tale frattura in modo da renderla non più semplice concetto, bensì precisa (seppur sempre soggettiva e parziale) rappresentazione di un Dove, o meglio ancora, in questo caso, di un Come. Questo Come, in “Hypnosis Display”, altro non è che uno studio sui sensi, sulla prospettiva e sull’approccio ad essi. Un paradigma che viene risolto, a tal proposito, nell’estrapolare la percezione di un tramonto, di una vastità oceanica piuttosto che di un notturno urbano popolato da milioni di luci, è la trasposizione dell’analisi di questi stessi fenomeni in 16 millimetri. Il tutto attraverso l’interazione con lo spazio: dita che sfiorano la superficie dell’acqua, occhi che osservano l’estendersi di una carreggiata autostradale. Non si tratta di mostrare una realtà, un Dove o un qualsiasi svolgimento, quanto proprio di trovarsi in sintonia con ciò che esiste e che viene mostrato, lasciarsi plasmare dall’attimo in corso che vive semplicemente in virtù di ciò che è, e che di conseguenza incarna (nuovamente: una distesa verdeggiante, del semplice pietrisco, edifici propri della metropoli statunitense…).

Il tramite utilizzato per questo procedimento, oltre a quello suggerito dal titolo, è chiaramente il viaggio. Come già osservato in precedenza, e come osserveremo in seguito, il lento progredire, il moto rappresentato dal viaggio, è sostanzialmente elemento trascinante delle pellicole del regista, è ciò che conferisce all’immagine forma, spazialità  e, in un certo senso, significato. È il discorso su conscio e  subconscio, sul processo di oggettivazione e sull’impercettibile scivolare in una sensibilità tangibile, reale poiché diretta, piuttosto che lasciarsene creare una.

Se c’è un che di artefatto, di aggiunto, qui è dato unicamente dal tentativo di riproduzione del corredo sensoriale, dai sottofondi sonori di Grouper (in tal caso indipendenti dall’opera in quanto a realizzazione) e dai vari meccanismi tecnici che, come zoom, sfuocamenti, esposizione multipla, ecc., accentuano, deformano o destrutturano il soggetto/contesto ripreso sottolineandone ora l’uno, ora l’altro aspetto. Tuttavia un’artificiosità parte di un processo che elabora l’atto fenomenico, e che quindi non ha – e non può avere – alcunché di innaturale; nient’altro che lo sviluppo del senso di esperienza, la proiezione dello stesso restituita attraverso la connessione tra immagine e suono, qualcosa di estremamente profondo e coeso.

L’occhio costituisce l’intuizione finale. L’oceano apre e chiude l’opera ma è sempre il primo dei due a preponderare nell’immaginario, non solo incorniciato dalle palpebre rosastre di un volto intuibile ma anche verde, rosso protagonista di un vincolo/amalgama tra soggetto ed opera divenuto definitivo. È la complessità dello sguardo a sfuggire: non è ciò che si osserva ma ciò che si percepisce attraverso l’osservazione a palesarsi, il vincolo che annette e completa idealmente i due estremi della frattura precedentemente esposta, ed i tramiti sopra elencati i suoi principali fautori/esecutori (l’evidente materializzarsi delle diverse sfere sensoriali).

L’attuale come insieme di frammenti, memoriale di un trascorso personale esperito per mezzo di una percezione soggettivata dello stesso. L’ipnosi di cui parla Clipson (e che sintetizza il processo di interiorizzazione dell’ambiente esterno) allora si risolve in quegli orologi, in quegli anfratti, in quelle coreografie di luci e di luoghi che condensano la sostanza del discorso ed i suoi mezzi di trasmissione riportandola allo stato grezzo, all’essenziale. La potenza del linguaggio, dunque, il dischiudersi del reale e di tutto ciò a cui esso riporta e che suscita nella percettibilità. Hypnosis Display è l’effige di tutto ciò a cui il Cinema può e deve arrivare, anelare all’infinito addentrandosi nella materia dell’uomo e di ciò che ad esso preesisteva: tentare di codificare l’incodificabile.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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Mundane History

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Jao nok krajok(2009) – Anocha Suwichakornpong / Thailandia

Un attimo, prendiamoci un attimo per riflettere. Pensiamo a qualsiasi cosa: un’idea, un ricordo, un desiderio. Passato, presente, futuro. Esistono frammenti di vita sparsi per la galassia, in tutto ciò che ci circonda, piccole particelle molecolari che gravitano intorno a noi pronte ad esplodere. Un sottile strato di apatia rincorre e abbraccia i protagonisti, fragili come foglie d’autunno incalzate dal vento vediamo i loro sguardi abbassarsi, gli occhi fissare immobili il cielo in cerca di risposte. Così come nell’ultimo, ottimo prodotto della Suwichakornpong “By the Time it Gets Dark”, tutto ciò che è contenuto in “Mundane History” subisce ad un certo punto una svolta, si rivela come una meteora, improvvisamente impregnato di filosofia come osservazione dei fenomeni quotidiani e ricerca di una chiave atta a spiegarli, racchiuderli in una logica universale: un anti-ansiogeno.

Sotto le false sembianze di un ridotto nucleo familiare (una modesta dimora, una vita che scorre monotona ed irreprensibile), si annida un dramma esemplare, un giovane privato della propria libertà. Le ali tarpate (in questo caso, una paralisi quasi totale), tutto ciò che rimane ad Ake è il silenzio, il ritiro, annidarsi tra le quattro mura della propria stanza osservando, riflettendo sul senso della propria esistenza, sul suo posto nel mondo. Lo stretto legame che instaurerà col proprio badante gli aprirà nuovi orizzonti di pensiero, nuove alternative, portandolo a riconsiderare ogni convinzione passata.

Immagini di vita, di ciò che scorre e che vediamo crescere sino a perire. Immagini dal tatto e dalla raffinatezza uniche, complementari l’una con l’altra come le due diverse sezioni che compongono l’opera, opposte sia stilisticamente che ideologicamente parlando. Eppure c’è qualcosa che commuove e che delizia allo stesso tempo nella tetra tristezza di un ragazzo perso all’ombra della propria disgrazia. È infatti come se si volesse snaturare la vicenda, privarla di consistenza per sottolinearne i risvolti psicologici o meglio ancora filosofici più che quelli meramente materiali. Nient’altro che la confessione di un corpo immobile che insegue l’atarassia totale domandandosi al contempo il motivo di tale operazione comunque necessaria. Perché, se il futuro non esiste, che senso hanno il passato ed il presente? Perché la mancanza di una non preclude la continuità delle altre?

La semplicità dell’intreccio qui non fa altro che inginocchiare di fatto il costrutto di base agli intenti registici, porre la metafora come chiave e il protagonista Ake la sua unica serratura. Da ciò ne consegue un approccio registico ammaliante, seducente, incodificabile quasi in tutta la sua imprevedibilità. Davvero non si può discutere molto di Mundane History, opera inclassificabile, stratificata, agglomerato di stili ed intenti diversi tra loro e frutto della mente di un’autrice tra le più originali e valide degli ultimi anni. Le immagini parlano da sole, le sensazioni si fondono e alternano a vicenda. Vedere per credere.

Voto: ★★★★/★★★★★

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La natura delle cose

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La natura delle cose(2016) – Laura Viezzoli / Italia

“La natura delle cose”. Di ciò che appare, il disagio per una vita protratta fino ai minimi termini, e di ciò che al contrario risiede in quel luogo immaginario che è la coscienza, l’io pensante di un uomo affacciato al baratro della morte, malato, ancora vivo. Uomo che, nonostante tutto, ci racconta ancora cosa lo commuove, cosa lo determina nei suoi ultimi, stanchi giorni. E come un astronauta egli vaga col pensiero nell’immensità dello spazio, confessandosi, aprendosi a noi, percorrendo quei sentieri mai solcati dai quali non si fugge, affrontando la morte, l’inarrestabile cadere di quelle ventun lettere sempre più lontane, inafferrabili. Tra realtà e fantasia, documentaristico e sperimentale, quest’opera visionaria, presentata Fuori Concorso alla sessantanovesima edizione del Festival di Locarno, esplora i limiti e le possibilità della mente in un dialogo epistolare che traspone in parole ed immagini di una bellezza commuovente ciò che più temiamo, assistere inermi e consapevoli alla nostra stessa sconfitta.

Dal profondo legame tra la regista trentacinquenne Laura Viezzoli ed il protagonista Angelo Santagostino, ex sacerdote affetto da SLA e costretto a comunicare su di una tastiera grazie ad un proiettore oculare, nasce l’opera in causa. Ricordi e considerazioni di una vita, rievocazioni delle esperienze passate per tentare di rivivere il tempo, evadere dal momento, perché non vi è altra via. Tuttavia permane la coscienza e fuggire dal presente non sempre è possibile, forse non lo è mai. Allora si contano i secondi, si fissa la parete nel dolore dell’immobilità al quale si somma lo spasimo di un’attesa che pare infinita, qualcosa di impossibile da accettare, tanto meno da comprendere; non resta altro che il sogno di riottenere possesso delle mani, anche solo per un attimo, così da riuscire a strapparsi il tubo che costringe alla vita un corpo ed un’anima impossibilitati a vivere.

Certo, un film amaro, doloroso, eppure un film che nel suo mostrarsi svela una poesia, un coraggio ed una lucidità disarmanti; quella della Viezzoli è una prospettiva analitica quanto quella del Mettler di “The End of Time”, dall’essenzialità primordiale della Akerman di “No Home Movie”. E anche qui non vi è alcun particolare sviluppo narrativo o strutturale nel corso del documentario, piuttosto si nota la volontà di riflettere non tanto sulla malattia e tutto ciò che la riguarda (la condizione del malato, la sua terminalità, l’eutanasia come scelta morale) quanto più sull’esperienza che è la vita, sul valore delle cose, dei momenti che la riempiono. E qui interviene lo spazio come mezzo per restituire l’idea di infinito: riprese di astronauti (filmati d’archivio della NASA) in assenza di gravità accompagnano costantemente il dialogo Viezzoli-Santagostino, prevalentemente un monologo di lui, che altro non è se non un’esplorazione ai confini dello scibile per digredire, in parte, dalla quotidianità della malattia e dalla sua progressione, ma soprattutto per istituire una dimensione alternativa che non risponda ai requisti terreni, ai limiti che comportano il tempo e la materialità. Così, viene annientata l’impotenza del reale, perché laggiù, in quel limbo al di fuori di ogni possibilità, non si può essere privati di alcunché. A faccia a faccia con l’eternità, persiste la voglia di vivere, una luce che pian piano si dirada.

Voto: ★★★★/★★★★★

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