He

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He (2012) – Rouzbeh Rashidi / Irlanda

Sul tema del suicidio, si potrebbe dire che venga basato il nucleo dell’intera opera. Eppure “He” non riflette solo sull’argomento trattato ma altresì sul mezzo che lo formula, emblematizzando, in questo senso, tutti gli altri lavori del cineasta iraniano. Nel cinema di Rashidi, difatti, non vi è mai distinzione tra forma e contenuto, materia e soggetto, spazio e temporalità, o meglio, vi è nella misura in cui si fa di tutte queste una cosa sola, la stessa. Certo, l’impiego della luce indossa notevole rilevanza, lo stesso i colori i cui contrasti attraggono da sempre l’interesse del regista, il montaggio martellante è, di fatto, estremamente vitale nel film, ciononostante il linguaggio cinematografico in questione non è riducibile ad alcuna schematizzazione, questo proprio perché in continua ed incessante sperimentazione sulle proprietà dello strumento di ripresa. La ricerca maniacale di un rinnovamento è forse l’unico grande punto in comune nella filmografia dell’autore. A conseguenza diretta di ciò, la sua cifra stilistica non può soffrire di alcuno scompenso di autenticità, anzi, l’indipendenza artistica è tale al punto di non avere nemmeno bisogno di esserne alla ricerca.

Qui abbiamo la manifestazione cristallina di tutto ciò, in quello che può considerarsi un lavoro piuttosto teatrale, se si pensa all’impostazione narrativa (in senso lato) ed alla funzione espressiva che assume la parola nel film. Da un lato abbiamo un uomo, isolato, su sfondo asettico, solo con le sue memorie, con la propria coscienza. Dall’altro se stesso in un abitato disadorno, quasi surreale; l’immagine acquista colorazione ma perde messa a fuoco. Due dimensioni a sé stanti, non c’è via di comunicazione che permetta una congiunzione, un dialogo, li separa un varco spazio-temporale incolmabile. Il monologo dell’uomo insiste imperterrito fino a scoprire la ragione insita all’atto: la volontà imminente di togliersi la vita.

È giusto interrogarsi sul motivo che spinge il protagonista a memorizzare il suo vissuto, cercare di capire da dove nasce tale bisogno. La registrazione per immortal(izz)are una vita, cercare di avvertirne gli effetti, percepirne il senso e in qualche modo assolversi, sciogliere se stessi dalle catene che la morale impone. Così, nell’abisso di un’assenza vi si trova la luce, una luce definitiva, risolutiva. Nello stesso tempo le confessioni conducono in un altrove di paranoia, dove il contatto con l’ordinario implode in azioni sconclusionate, proprie del delirio. Il protagonista vaga perso in un ambiente domestico non definito, approcciandosi agli oggetti che vede, forse alla ricerca utopica di un senso negli stessi, ed è qui che incontra la consapevolezza di un fallimento, dell’ennesimo gesto gratuito; nel mentre, notiamo una coppia essere in preda di anaffettività, quantomeno il marito, che pare aver perso ogni sensibilità con l’esterno, come se non riuscisse a provare alcun legame con la realtà, in totale anestesia emotiva.

Si viene proiettati in un mondo di pulsioni e stimoli che agiscono congiuntamente per restituire stati d’animo, vibrazioni astratte che ricreano una dimensione eterea, così autentica eppure così poco materiale. Come sempre l’autore sorprende e lascia il segno, lavorando per suggestioni e mai imposizioni, forte di una cognizione avanguardistica esemplare ed estremamente matura. È davvero il caso di parlare di artista a 360 gradi: Rouzbeh Rashidi è senza dubbio uno dei più grandi talenti moderni e contemporanei.

Voto: ★★★★/★★★★★

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