Trailers

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Trailers (2016) – Rouzbeh Rashidi / Irlanda

Noi, gli occhi sul mondo, spettatori attoniti, come extraterrestri filmando il pianeta e il suo regredire. Regressione che, in questo caso, pare giustappunto uno dei termini chiave per poter analizzare o fornire una chiave di lettura a questo “Trailers”, in quanto suggerisce già di per sé un declino, una sconfitta ma anche una successione non del tutto concepibile o assecondabile di un particolare oggetto in analisi. Lo sguardo dunque estende i propri confini, la terra un infimo teatrino burlesque e i suoi abitanti testimoni del degrado di una specie, ma è tutta solo apparenza. Ciò che a prima vista ci pare tale risulta bensì una visionaria, allucinante metafora sul Cinema dove l’atto riacquista la propria matrice primitiva, la figura femminile una musa schiavizzante nelle vesti della settima Arte (l’uomo la propria appendice, più o meno succedanea a seconda dei casi) ed ogni azione osservata una reazione spontanea al rito dell’osservazione cinematografica. In quest’ottica, l’apocalisse del Cinema stesso acquista concretezza, il moto dei pianeti e affiliati satelliti sempre più incerto, il mezzo in questione (il Cinema) non conferisce più consapevolezza, non supporta lo spettatore ma, al contrario, lo rende succube sempre più inerme. Non è più il fenomeno a garantire parametri di sussistenza ma altresì il percorso che la mente dà dello stesso all’interno di un non specificato luogo virtuale, quale, in questo caso, l’opera stessa; il legame tra significato e significante, di conseguenza, perde di validità, l’operato del soggetto a tal proposito non si adatta ad una qualsiasi logica ma ne compone una propria, il tutto nella consapevolezza della sostanziale compresenza senso/non-senso come della conseguente profondità e dimensionalità dell’ultimo tra i termini appena citati.

Il fenomeno in analisi, però, costruisce un tipo di sperimentalismo i cui parametri accertano e confermano l’intento di non voler dare una qualsivoglia impostazione all’opera nemmeno sotto il punto di vista tecnico. Ultrasuoni quasi come intermittenze disturbano la limpida ricezione uditiva delineando un uso del sonoro praticamente congegnale alla materia in sviluppo, all’impiego cioè – tra i tanti fattori – di un linguaggio cinematografico colto e stratificato, ma soprattutto noncurante della propria accessibilità. La libido, per com’è freudianamente intesa, diventa lo strumento attraverso cui analizzare l’uomo, ma soprattutto l’unico grazie al quale poterlo giudicare correttamente, su basi del tutto fondate, proprie dell’istinto della specie, dunque più che attendibili, e non è questa la sola delle accezioni assunte da detto fattore (ciò comunque non lega l’intero susseguirsi degli avvenimenti ad una logica comune, anzi). Rashidi in pratica rielabora concettualmente l’oggetto filmico nella sua fenomenologia sottraendo all’opera ogni sua concreta applicabilità, la priva di monodimensionalità per consentirle al contrario piena libertà di espressione ed interpretabilità.

Un film sconvolgente. Sconvolgente perché scombina, mette in disordine, sovverte l’ordinamento glottologico, vive fuori dal pensiero in un piano che è, dunque, radicalmente soggettuale e che cede spazio solo al caos, ossia il trionfo dell’oscurità, ciò che non è possibile racchiudere nella gabbia della dialettica. Così, nella totalità di un’assenza morfologica/strutturale, il film diviene paradigma di una rivoluzione non soltanto linguistica ma altresì epistemologica (parlando di filosofia della comunicazione), considera l’esperienza dell’impossibile per quanto al di fuori di qualsiasi ermeneutica e in questo senso risulta drasticamente terrorizzante. Nient’altro che il caos, appunto, ma la ricerca di un senso in quest’ultimo non può che condurre all’indefinito, un vuoto pragmatico che richiama continuamente alla teoria – spesso e volentieri riflessione metacinematografica – allora ecco che la rappresentazione necessita di disordine per esprimersi, agevolare il processo di astrazione dalla realtà per poi riportare a considerazioni sulla stessa, ma questo diviene possibile solo grazie alla natura sensibile del rappresentato, di nuovo, il Cinema. Il pensiero si fa oggetto e la tecnica il mezzo attraverso il quale palesarsi, in un gesto estremo di indecifrabile magnetismo che è innanzitutto politico – la crisi dell’immagine – e solo dopo speculativo. Adieu au langage, finalmente.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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