Visions in Meditation I-IV

Visions in Meditation (1989-1990) – Stan Brakhage / USA

  • #1
  • #2: Mesa Verde
  • #3: Plato’s Cave
  • #4: D.H. Lawrence

Quello attuato da Stan Brakhage è fondamentalmente un processo conoscitivo, o meglio il tentativo di esplorare e dimostrare quelli che sono le evoluzioni che portano il soggetto a classificare – e in qualche modo ‘subire’ – le influenze dell’ambiente esterno, più correttamente la sfera del reale. A tal proposito, egli si espresse più volte parlando di ‘visual eye’ e di ‘mind’s eye’: le quattro stanze che compongono le ‘Vision in meditation’ rappresentano il tentativo di discernere la realtà in maniera più articolata, prendendo cioè in considerazione non solo il visual eye, ciò che l’occhio vede indiscriminatamente, irrazionalmente, ma anche quanto esso stesso vede in relazione alla ricezione critica e sensibile del soggetto in causa. Osserviamo inoltre che, similmente a quanto attuato venticinque anni prima con ‘Dog Star Man’, l’altra grande opera del cineasta statunitense (divisa in quattro sezioni precedute qui da un preludio), anche in questo caso l’epicità del lavoro si deve non tanto al substrato narrativo, senz’altro ridotto ai minimi termini, quanto proprio all’unicità dell’interpretazione. L’idea alla base, difatti, è la medesima: portare la comunicazione su di un livello totalmente astratto,  uno stream of perception che coniughi il concetto intrinseco alla narrazione con quello puramente strutturale, legato all’immagine.

Partendo dall’opera ‘Stanzas in Meditation’ di Gertrud Stein, SB sviluppa un viaggio, un ciclo vitale che in quattro movimenti esalta la casualità dello sguardo rimarcando giochi cromatici e movimenti di macchina all’interno dei vari luoghi e fenomeni naturali. Pendii rocciosi e pianeggianti, distese oceaniche, grotte, casupole: l’occhio fugge rapido senza criterio apparente, criterio che – al contrario – si riscontra distintamente nella scelta dei siti, in particolare nel secondo e nel quarto movimento (rispettivamente l’area protetta di Mesa Verde e la tenuta originaria del controverso autore inglese David Herbert Lawrence). Luoghi che, una volta visitati, hanno lasciato nell’autore turbamenti, sensazioni così nitide da spingerlo a tanto, tentare cioè di riconsiderare le impressioni contrastanti provate sul posto (e soprattutto proprie di quelle regioni) traducendole in immagini. Un esercizio che con ‘Plato’s Cave’ raggiunge probabilmente il suo apice: qui il mito di Platone funge da chiave di lettura, una modalità di interpretazione che sfiora solamente il materiale filosofico alla base ponendosi del resto parallelamente nei confronti della sinfonia di Rick Corrigan, altro interessante spunto di riflessione che sperimenta superbamente l’incidenza di quei particolari suoni sulle immagini.

Quando parliamo di trasferimento, di una traslazione che in qualche modo tenti di parificare piano concettuale e fenomenico, parliamo altresì delle modalità attraverso cui tale operazione viene attuata. A tal proposito potremmo esprimerci considerando un Cinema del fantasmagorico, un susseguirsi rapido e incontrollato di immagini che, nella loro immediatezza, contribuiscono a fornire una visione d’insieme che solo in quanto tale propone una propria logica. Si parla allora di oggetti insieme unici e ordinari, personali e comuni, eterogenei nella loro molteplicità che caratterizza sia l’habitat osservato sia quanto dello stesso l’autore per primo ha percepito. Non è infatti rilevante, come accennato, né il tutto né il particolare, ma solo l’impressione ricavabile: le percezioni sono frutto dell’esclusività nel vissuto di chi li ha voluti imprimere in quella determinata modalità e sequenzialità, familiarizzando in un certo senso con quello che è il concetto di brainstorming. Per quanto riguarda poi i soggetti, trattiamo non solo di paesaggi naturali ma anche di filmati d’epoca o di quanto l’autore ha ritenuto affine alla materia, senza chiudere porte o precludere itinerari. Tuttavia, questi sottostanno ad una suddivisione ben precisa dell’immagine, che tende verso un’unificazione cromatica in varie bande: in questo modo l’occhio difficilmente si perde in dettagli, piuttosto ricava un senso di armonia e di tranquillità dall’unicità appena descritta. Se, ad esempio, in ‘Mesa Verde’ si parla di monocromia e di una più rigida interpretazione del rapporto di coerenza tra immagine e suo correlativo concettuale, in ‘D. H. Lawrence’ ciò non è altrettanto vero, la sensibilità che l’autore mira a suggerire si rifà principalmente alla sfera sensoriale (il soggetto stesso, del resto, invita a tale interpretazione).

Nel trasferire su pellicola un certo tipo di esperienza, quella propria del mind’s eye, si viene però a creare, più o meno frequentemente, una sorta di criptazione dell’oggetto esaminato. In certi casi infatti si tende al discioglimento del rapporto tra le forme e il loro equivalente visivo senza per questo smentire la coerenza tra quanto di personale riguarda l’oggetto e quanto invece si può ricavare da quest’ultimo, anzi, osservando più attentamente si può notare quanto invece siano nitide e riconoscibili le forme, un paradosso a pensarci bene. Come in seguito comprenderà l’autore francese Philippe Grandrieux (proseguendo nella teorizzazione dell’elasticità dei corpi in uno spazio indefinito) esiste un fascino impenetrabile nel creare una connessione visibile tra concetto e percezione dello stesso, nella conversione in immagini di stadi sensoriali altrimenti difficilmente recepibili. Quello che la musica riesce con più facilità a creare, qui Brakhage dimostra essere possibile anche per il Cinema, senza sottrarre ad esso potenzialità.

Voto: ★★★★/★★★★★

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