Phantom Islands

Phantom Islands (2018) – Rouzbeh Rashidi / Irlanda

Fare Cinema per Rashidi significa anzitutto parlare di Cinema, di come esso possa rapportarsi con quanto definiamo reale: come, insomma, un cineasta moderno possa sviluppare determinati concetti, insinuandosi in quella piega che fa da confine tra un approccio documentaristico ed uno, al contrario, prettamente di finzione.

“A Pictorial Film”

Così cita l’introduzione nella press-kit promozionale dell’ultima opera di Rouzbeh Rashidi. Ed è proprio il caso di confermarlo: pittorica, appunto. In quanto l’immagine rappresentativa del paesaggio irlandese e delle sue isole (ritratte in un continuo (dif)fondersi, tra emergere e svanire), già di per sé ammaliante, sembra acquisire ulteriore fascino sotto l’originale tratteggio artistico dipinto dal cineasta originario di Teheran. Potremmo quindi definire le opere dell’autore quadri e la struttura utilizzata tipicamente trittica. ‘Phantom Islands’ riapre dunque un discorso che, dopo le conclusioni volutamente definitive (parliamo di ‘Trailers’ e dell’apocalisse inscenata) fornite in precedenza, pareva decisamente concluso. Ma, del resto, RR mette in chiaro fin da subito che l’analisi svolta verterà su quesiti leggermente differenti dai soliti. In questo caso, infatti, viene preso in considerazione e approfondito, in rapporto a quanto detto finora, un soggetto molto simile a quello dell’‘Inside’ del duo Langan – Le Cain (membri dell’EFS), ovverosia l’instabilità psicologica, le sue cause e i suoi sviluppi all’interno di una coppia isolata, smarrita nel tempo e nello spazio. Qui, però, il tutto non si riduce al mero proporre una circostanza, bensì sfrutta la stessa proiettando i soggetti all’interno di uno spazio ben definito, di un’ambientazione precisa (che non nasconde una certa nostalgia verso gli ameni sfondi nel Cinema di Jean Epstein, rimando ancor più chiaro se pensiamo al suo ‘Finis Terrae’): cercando di capire quanto il criterio registico influisca sull’effettiva natura del soggetto stesso.

Ad impressione di chi scrive, giunti verso le ultime inquadrature di ‘Phantom Islands’, dove l’occhio si perde cercando di seguire il dispersivo vagare della coppia protagonista (due amanti alla deriva, spinti in un ritiro elaborativo/esistenziale a probabile seguito di una crisi) verso un orizzonte del quale, oramai, non si ha più percezione, la mente non può che ricorrere al primo Philippe Garrel. Quasi una riformulazione in chiave contemporanea de ‘La cicatrice intérieure’, dove, “figure in colluttazione o al contrario in armonia le une con le altre”* si perdono tra l’incanto e la sopraffazione; visivamente scolpite al centro di uno spazio, la cui alterazione della cornice ottica tende ad allontanare la realtà tangibile, producendo un effetto simile a quanto già sperimentato da Carlos Reygadas in Post Tenebras Lux’. Da un lato, quindi, abbiamo l’estatica austerità di un ambiente esposto ad un’iridescenza che ne sospende le deformanti geografie tra immaginario onirico e ancestrale luogo di “origini”. Dall’altro, la sovrastante influenza che esso può esercitare sull’essere umano, fino ad assorbirne corpo e anima, facendolo proprio: complementandolo alla propria Natura. Al contempo però, appare già chiaro dopo qualche minuto come risalti anche l’importanza del linguaggio gestuale e della sua enfatizzazione melodrammatica (a tratti, portata ad un’estremizzazione della rappresentazione) in un film che, proprio come nel garreliano ‘Le Révélateur’, opera sostanzialmente sull’assenza della parola delineando il proprio percorso sui binari strutturali del Cinema degli albori. “Il tentativo di regressione ad un linguaggio delle origini”, appunto, spogliato di qualsiasi dialogo e punteggiato oltremodo da frequenti schermate nere che scandiscono la visione – con la stessa modalità delle diapositive – agisce alla stregua di un otturatore fotografico.

Lo stesso mezzo che, azionato nelle mani della protagonista, sembra cercare in qualsiasi modo (e frangente) di imprimere in sé un’immagine di quel paesaggio sfuggente, della stessa materia filmica nel momento in cui l’obiettivo si rivolge diritto verso il nostro sguardo (da qui, il concetto alla base dell’opera descritta da Rashidi: riflettere sulle possibilità del mezzo nell’affrontare quel confine, spesso indistinguibile, tra documentario e Cinema di finzione). Ma di fatto – e in definitiva – si potrebbe anche parlare di immagine trattenuta in quanto inevitabilmente legata al tempo (tornando al discorso sull’origine) e della necessità di preservare, attraverso l’utilizzo del piano fisso, la scultorea plasticità di quei corpi alla deriva: ora disorientati e insonni, ora cullati dalle soffuse conformità di quel paesaggio evanescente, come in una sorta di abbandono letargico.

* Il corpo e l’immagine (il primo cinema di Philippe Garrel) – 2008 – Valentina Domenici
** Gilles Deleuze

Articolo scritto in collaborazione con Visione Sospesa

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