Jubilee

Jubilee (1978) – Derek Jarman / UK

A differenza di contemporanei suoi affini come Greenaway o Russell, Derek Jarman converte le possibilità del Cinema sperimentale – così come originariamente inteso all’interno della scuola britannica del periodo – traducendole in veri e propri atti sediziosi, dove il moto rivoluzionario viene presentato non solo come contestazione socio-politica ma anche, e soprattutto, come tripudio estetico-delirante, rivalsa del mezzo sull’oggetto filmico. Il mago di corte John Dee mostra alla regina Elisabetta I il futuro del suo paese 400 anni dopo, nell’anno del Giubileo (25-esimo anniversario del regno di Elisabetta II). Lo scenario è apocalittico. Un mondo che pare sull’orlo del precipizio, dove la repressione dello Stato subisce i colpi di una gioventù fuori controllo. Bande punk di teppisti di strada violentano, massacrano di botte, tengono riti musicali e pseudo orgiastici mentre inneggiano alla fine del mondo e rigettano folli slogan in conversazioni grottesche. L’opera, sviluppandosi a sua volta in maniera del tutto caotica, procede nei meandri di un pandemonio attualizzato, un disgustoso baratro che, muovendosi tra slum e ghetti in rovina, ride a pieni polmoni del suo spettatore.

Coraggiosa la decisione di rappresentare la cultura e lo spirito punk proprio nel ’78 (anno in cui il movimento era ormai radicato in Inghilterra e appena nascente negli States, per quanto già morente a livello popolare). D’altronde, Jarman non si è mai posto confini nell’espressione artistica e questo ‘Jubilee’, da solo, basterebbe a convincersene; ciononostante, anche qui non si può parlare di oggetto ben definito ma ancora una volta di fenomeno controverso, sagoma senza forma che, in questo preciso caso, si rivela intrinsecamente sintomatico, coerentemente sregolato. Lo stile tutto jarmaniano di pensare la rappresentazione può non convincere in tutte le sue applicazioni (ed, anzi, sarebbe inverosimile l’opposto) eppure qui va riconosciuta una certa coesione tra l’approccio formale e il tema trattato. Il disordine d’immagine è sia strutturale, quindi costitutivo, che sostanziale, ossia di concetto, e proprio in questa dicotomia il film schiude un’armonia anti-didascalica, così spinta in estremo nella sua teorica da non convincere del tutto.

Un’estremizzazione perciò voluta e ricercata a partire dalla rappresentazione dello scheletro politico, un anarcho-punk che ben riflette le inquietudini di una generazione in collisione con i precetti del proprio tempo. Quella proposta dal folle gruppo di protagonisti tutto al femminile è una libertà individuale completa, lo scardinamento dei dettami che regolano la vita del singolo in fatto di etica, morale, politica, sesso e via dicendo: rabbia che si ripercuote nella lotta alle istituzioni (più volte notiamo funzionari dell’ordine brutalmente picchiati), in quella che per Jarman è, oltre alla fedele riproposta della situazione britannica, l’apertura verso un Cinema anarchico, interamente sovversivo dunque sperimentale a tutti gli effetti. Eppure manca la giusta organicità tra le sequenze, lo stampo satirico che le contraddistingue crea un caos organizzato, coerente ma poco persuasivo, non sempre motivato.

Voto: ★★/★★★★★

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