Balangiga: Howling Wilderness

Balangiga: Howling Wilderness (2017) – Khavn / Filippine

Se c’è un frangente in cui il Cinema filippino, nel corso degli ultimi due decenni, si è dimostrato competente, costante ed anzi sbalorditivo narratore, è quello della riesumazione, della rivitalizzazione del passato storico del proprio paese. In questo senso il lavoro di autori come Raya Martin, Christopher Gozum e soprattutto Lav Diaz (per citarne alcuni) è stato e continua a essere di grande rilevanza. Ecco allora che con quest’opera Khavn riesce nell’arduo compito, fino ad ora da lui mai debitamente concluso, di raccontare uno scenario storico-sociale con la serietà, la dimestichezza e l’estro sufficienti a garantire un’opera di spessore ma altresì di inquadrare il dramma prescelto con uno sguardo coerente e ponderato.

1901, Balangiga. Nel pieno del conflitto filippino-americano, un anziano e il suo giovane nipote di otto anni scampano miracolosamente al celebre massacro, spaventoso apice di una guerra che, nel corso di tre anni, si pensa abbia causato fino a un milione di vittime. Il tragitto verso casa dei due, cui in seguito si aggiungerà un devil boy (così soprannominato) di circa due anni, diventa un calvario infernale, un bagno di sangue attraverso migliaia di cadaveri e continui pericoli, primo fra tutti la minaccia di una strega demoniaca che maledice il loro cammino.

Inserendosi all’interno di un’ottica stilistica che rispecchia appieno i canoni del cosiddetto slow cinema, l’autore sceglie di ridurre i dialoghi al minimo indispensabile; predilige, così facendo, l’efferatezza propria dello scenario ma soprattutto il netto contrasto tra campi lunghissimi e piani al dettaglio. In un crescendo di tensione, il dramma prende sempre più il sopravvento, eppure, arrivati al culmine della disperazione, la scelta pare essere quella di sdrammatizzare. Il racconto, per la verità, viene scandito di quando in quando da note e intervalli (musicali e non) volti a ironizzare, canzonare il soggetto stesso della narrazione. Non una mancanza di rispetto e nemmeno un contrasto con quella che è la tragicità dei fatti, ciò infatti risulta conforme ai toni principali.

Oltre a quanto appena detto, Khavn si muove su un piano narrativo secondario, ovvero quello onirico, essenziale in quanto accompagna anzi per tutto il corso dell’opera i protagonisti proiettandoli, di quando in quando, in un universo parallelo composto da sogni, incubi, speranze e rivelazioni. Sequenze che acquistano un accento surrealista, anche farsesco, confermando l’evoluzione di uno stile – quello del regista filippino – oramai maturo e brillantemente originale. ‘Balangiga: Howling Wilderness’ si ribadisce essere un esperimento riuscito, un invito a non dimenticare il passato e le radici del proprio popolo: una visione piacevolmente accattivante, ipnotica e coinvolgente.

★★★★/★★★★★

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