Monografie #1 – Michael Haneke

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Michael Haneke (Monaco di Baviera, 1942), uno dei più interessanti autori cinematografici che offre il panorama contemporaneo. Figlio d’arte, dopo essere divenuto critico di Cinema ed aver diretto per quindici anni svariati film per la televisione, debutta finalmente sul grande schermo con quella che è considerabile, a tutti gli effetti, una delle opere prime più riuscite e stupefacenti che la storia ci abbia mai regalato.


Il settimo continente (1989) – ★★★★/★★★★★

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Prima parte della cosiddetta Trilogia della glaciazione, continuata con le due pellicole a venire, ‘Il settimo continente’ è un film che non soffre per nulla di tutte quelle mancanze e debolezze proprie delle opere prime, e che, anzi, sviluppa a tutto tondo un’analisi sulla classe medio-borghese con una fermezza ed una sagacia straordinarie. Ben presto nell’opera il punto di vista sociale si fa esistenziale e la famiglia al centro del film viene come assorbita progressivamente da un processo di autodistruzione le quali cause si possono solamente supporre; già in questa prima pellicola si nota pertanto la presenza di una costante di fondamentale importanza nel Cinema dell’autore, la stessa che probabilmente lo rende perfettamente identificabile e quanto mai originale: l’inspiegabilità degli eventi.

Benny’s Video (1992) – ★★★/★★★★★

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Una cripticità però mai gratuita, che non lascia segni di insoddisfazione proprio per il significato celato al suo interno, ricalcata in maniera diversa a partire dal successivo ‘Benny’s Video’ al quale si aggiunge altresì un altro elemento tipico dell’autore, quello disturbante, emergente qui in tutta la propria violenza visiva, che se da un lato sfrutta sempre l’enigma narrativo come metafora di una condizione esistenziale, dall’altro aggiunge l’atto cruento come esplosione di follia, come culmine di una filosofia che vede l’uomo al centro dell’inspiegabilità della vita. Una vita vista sempre da un punto di vista profondamente umano. Una videocassetta: basta poco per gettare nel panico la stabilità di una famiglia, facendone risaltare il suo lato più folle; Haneke non dà mai una spiegazione, piuttosto insegue una rappresentazione del quotidiano che è solamente in apparenza grottesca, ma che una volta sviscerata nella sua struttura non lo è affatto.

71 frammenti di una cronologia del caso (1994) – ★★/★★★★★

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Una ripresa della realtà che affronta perciò le pene di persone comuni, spesso in incontri singolari e in momenti di estrema empatia, come ad esempio si nota nel successivo ’71 frammenti di una cronologia del caso’, dove appunto tutto ciò trova la sua massima, seppur a conti fatti debole, espressione. Qui l’analisi è universale, ed investe con grande fervore critico la quotidianità di un televisore scandito dalla crudeltà e dall’insensatezza della cronaca di un telegiornale. Da qui si parte, da qui parte Haneke per ragionare, per demolire con uno sguardo quantomai sociale una modernità sfiorita, marcia e come sempre altamente priva di logicità. Un vagabondo troppo giovane, una rapina, un atto di insensata follia omicida, tutto qui, purtroppo eccessivamente piatto e privo di incisività, fa presagire quella che sarà l’esplosione di uno dei capitoli più crudi del Cinema moderno.

Funny Games (1997) – ★★★/★★★★★

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Sadismo senza filtri come puro anti-sadismo, un’operazione in questo senso paragonabile a quella ben nota di ‘Arancia Meccanica’ sebbene qui la violenza si metaforizzi in maniera parzialmente differente. Lo scopo di Haneke è quello di presentare lo spettacolo, l’intrattenimento mediatico, in tutto il proprio marciume semplicemente esibendone un modello che renda l’idea di quella depravazione cronica, caratteristica dello spettatore medio in continua ricerca dell’intrattenimento fine a se stesso, dalla quale si evinca perfettamente una prospettiva di inesorabile degrado mentale e sociale. Per fare ciò Haneke rovescia le parti, attuando un processo di sovversione narrativa dove spettatore diviene spettacolo portandoci così, in quanto pubblico, dall’altra parte dello schermo: in ‘Funny Games’ infatti ci si ritrova in una condizione passiva, inerme, si è preda del proprio stesso volere dunque in totale balìa dello spettacolo in quanto fonte ideale di intrattenimento. Perché d’altronde (come suggerisce uno dei violentatori fissando la cinepresa) è proprio questo che vogliamo, è questo ciò che più ci piace, ci diverte e di cui siamo in continua ricerca.

Storie (2000) – ★★/★★★★★

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E tre anni dopo un’opera tanto imponente e vogliosa di denunciare una realtà putrefatta e schiava di se stessa, il regista decide di cambiare rotta attraverso un lavoro meno impegnato e non altrettanto incisivo. ‘Storie’ infatti è alla ricerca di un modus operandi completamente differente, meno freddo e provocatorio, ricollegabile più all’impresa tentata in ‘71 frammenti di una cronologia del caso’ sia come impronta stilistica che come tematica affrontata: anche qui si incrociano diversi racconti tra cui quello di un’attrice vogliosa di divenire celebre, di un insegnante di musica in una scuola per sordomuti e di una clochard. La buona gestione del complesso narrativo purtroppo anche qui non basta a sostenere l’opera, che si manifesta infine debole e poco significativa, attributi che non è certo possibile conferire al successivo, splendido lavoro.

La pianista (2001) – ★★★★/★★★★★

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Qui l’incognita umana si materializza nel disagio esistenziale, nella solitudine e in tutti quei fattori che portano l’individuo al “confinamento” sociale ed infine alla pazzia. L’eccelsa Huppert catalizza su di sé tutti gli evidenti sintomi di una società perversa, dell’uomo in quanto bestia alla costante ricerca di passioni e di sensazioni, di un amore che non può trovare la sua realizzazione nella “normale” nicchia del sociale, sfociando dunque nel dramma totale. Qui l’insolubile non è tanto l’atto in quanto tale, bensì l’incredibile agonia che sancisce la relegazione del singolo nei confronti della massa e dei suoi dogmi, la terribile consapevolezza della propria diversità.

Il tempo dei lupi (2003) – ★★★/★★★★★

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Tutte caratteristiche che annunciano solamente la drammatica e pessimistica esperienza racchiusa nel ‘Il tempo dei lupi’, dove va altresì constatato che l’esperienza visiva e gli intenti superano largamente la vera e propria riuscita dell’opera. L’autore austriaco con il film dimostra il massimo della propria ambizione, ricreando un mondo quasi apocalittico, dove a dominare non è però la tragedia mondiale ma quella individuale, quella di una famiglia inspiegabilmente privata del proprio uomo, di un io che ancora una volta si ritrova a dover combattere contro ciò che rimane di un mondo che, se fino a quel momento veniva solo contenutisticamente additato, qui non lascia adito ad interpretazioni diverse dalla mera rappresentazione realistica. Un mondo dunque in rotta, popolato da spettri avidamente avvinghiati alla loro vita. Non ci è dato sapere il perchè, possiamo solo riflettere e domandarci quanto di vero ci sia in ciò che osserviamo, quanto la crisi universale rispecchi quella dell’odierno.

Niente da nascondere (2005) – recensione – ★★★★/★★★★★

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Tragico, forse eccessivamente ambizioso, sicuramente intelligentissimo; tuttavia non più criptico ed insensibile di ‘Niente da nascondere’, vero apice della poetica del maestro, che realizza qui appunto la sua opera più incisiva e riuscita grazie al perfezionamento del proprio linguaggio cinematografico ed alla straordinaria capacità, più che di reinventarsi, di saper esprimere al meglio la propria concezione autoriale. Nell’attuazione di ciò, viene come ricalcata la scia dei precedenti lavori dai quali vengono ripresi diversi elementi significativi come possono essere la videocassetta di ‘Benny’s Video’, la molestia di ‘Funny Games’ e l’inspiegabilità del dramma a sfondo sociale de ‘Il settimo continente’. E ancora una volta siamo di fronte al non-senso portato agli estremi, un dissenso narrativo senza pretese filosofiche, che ricerca bensì di creare un vuoto circostante tale da permettere che la riflessione si trasferisca su un piano più profondo di quello del racconto, un piano essenzialmente sociale che allo stesso tempo scavi su quello psicologico. Poiché non esiste la verità, esiste solo ciò che emerge nella sua ricerca, ed è questo che Haneke riesce efficacemente a comunicare mediante uno stile impeccabile e senza precedenti che si dimostra più che mai perfettamente funzionale nella ricreazione di una dimensione, tanto a prima vista paradossale, quanto, in effetti, inesorabilmente aggrappata alla realtà.

Funny Games (2007) – ★★★/★★★★★

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Il film manifesta pertanto la grandissima attenzione dell’autore alla stabilità di pensiero, palesemente riversata in un percorso autoriale che non rinnega mai il proprio passato, e che anzi, è in perenne riconferma di se stesso, come prova d’altronde la produzione di ‘Funny Games’, remake conforme all’originale in tutto e per tutto. Certo, è evidente che la scelta di trasferirsi questa volta negli States (sia come cast che come produzione), possa far pensare ad un intento più commerciale, rinnegato tuttavia dal mantenimento di quell’impronta stilistica, propria del primo lavoro, che nulla ha di affabile e che si ripropone invece con altrettanta, spaventosa molestia. Si tratta sostanzialmente di un atto simbolico più che filmico, il solo scopo di Haneke è quello di confutare la validità di una certa condizione riconfermata ancora dopo dieci anni, una realtà sociale ripresentata di nuovo nel proprio squallore: la situazione non è cambiata, e perciò non cambia nemmeno la prospettiva che in questo senso si fa altamente emblematica nel proprio pessimismo. L’originalità del regista è invece ormai una garanzia, d’altronde mai si era visto prima d’ora un remake tanto peculiare, diretto dallo stesso regista e ripresentato nella stessa maniera, come a voler esaltare la relazione tra presente e passato dove il primo si manifesta schiavo dell’ultimo ma allo stesso tempo il secondo assume un ruolo d’importanza chiave nelle azioni che si verificheranno successivamente.

Il nastro bianco (2009) – ★★★★/★★★★★

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E quale occasione migliore per esprimere tale relazione di dipendenza temporale di quella che scava ai primordi del pensiero nazista? ‘Il nastro bianco’ risponde a tale quesito, inoltrandosi con coraggio e dedizione in un’analisi amara e particolareggiata, che assume come soggetto di approfondimento un ristretto nucleo cittadino segnato dalle inconsuete e tiranneggianti angherie di un misterioso personaggio, operazione molto simile a quella affrontata da Clouzot nel suo ‘Il corvo’. Qui però l’interpretazione autoriale diventa pesantemente inquisitoria, non soltanto a livello sociale ma anche e soprattutto storicamente e umanamente. Lo sguardo dei ragazzi sulle inquietanti vicende in corso nel paese, l’enigmatico scorrere del tempo, scandito da una cripticità che incute più timore della più efferata cruenza immaginabile: riprendendo in mano il più riflessivo dei Bergman, Haneke compie un vero e proprio viaggio all’interno della memoria e dell’inconscio dell’uomo, ragionando sulle radici del male e sulle sue materiali conseguenze umane. Raffinato, sconvolgente, ipnotico ma essenziale; uno studio approfondito sulla nostra natura e sulla nostra formazione in quanto individui.

Amour (2012) – ★★★★/★★★★★

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Riflessione che verrà ripresa e continuata, traslando però la prospettiva dalla giovinezza alla senilità, nell’opera più intima dell’autore austriaco, il toccante e commovente ‘Amour’. Opera che tende evidentemente a distaccarsi da quello stile tanto disturbante ed importuno del regista, ma che mantiene però la freddezza delle precedenti, portandola anzi all’estremo. Nel film infatti ciò che si nota maggiormente è la presenza di un clima glaciale ed un respiro estremamente lento, quasi immobile, che rende alla perfezione lo status dell’uomo pervenuto alla terza età. Haneke continua imperterrito il proprio percorso volto ad analizzare l’uomo, nonostante questa volta lo faccia da un punto di vista meramente umano e non più cerebrale. Da qui si manifesta anche la grande cura dell’autore per l’uomo in quanto essere, fatto di un’essenza quindi soggetta al deterioramento, sia fisico che mentale, preda inesorabile del proprio corpo ma allo stesso tempo delle proprie emozioni, poiché risulta impossibile non parlare di quest’ultime in un film simile, tanto rigoroso e solido tecnicamente, quanto viscerale e spoglio di ogni freddezza nella messa in scena delle passioni. Si tratta di un’immersione totale nei meandri dell’animo umano, dove il tempo è dilatato e lo spazio distorto, entrambi volti a ravvicinare la distanza tra l’uomo e la sua fine. Ciò che resta, però, è la forza di una coppia senza alcuna intenzione di abbandonarsi a se stessa, sempre avvinghiata alla vita (propria e dell’altro), ed a quel trasporto emotivo che ha poco di terreno e molto di trascendentale. Ciò che resta è solo e soltanto l’amore: ‘Amour’.

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