One Way Boogie Woogie

One Way Boogie Woogie (1977) – James Benning / USA

In sessanta inquadrature di un minuto ciascuna, James Benning torna sui luoghi della sua infanzia catturando la fine di un’era, l’evolversi di un luogo nel tempo. La valle industriale di Milwaukee, in questo caso, rappresenta l’immagine che ci appare in ultimo, un puzzle perfettamente assemblato il cui esito si deve alla somma di ogni singolo elemento. Eppure ognuno di questi descrive una realtà distinta e completa, a sé stante: ecco che si necessita di un’analisi strutturale del contesto che sappia trarre da ogni unità figurativa il dovuto riscontro con l’idea – o meglio la memoria, il vissuto – che l’autore vanta sul soggetto, qualcosa di personale sotto questo punto di vista, universale per come proposto. JB registra infatti vere e proprie sessioni (tutte quante diurne) senza costanti che accomunino o leghino l’una all’altra, cerca più, se vogliamo, l’elemento mancante, quello rappresentativo ma non per questo intrinsecamente significativo. Non osserviamo perciò palazzi, grandi viali, assembramenti di persone. L’evento (inteso come presente in quanto tale, non parte di manifestazioni o interventi di qualunque tipo) così come il soggetto stesso, non risulta necessario ai fini della comprensione del quadro, piuttosto il contrario, l’insieme di varianti che agiscono all’interno dell’inquadratura entra a far parte di una realtà ben precisa.

Si parla di strutturalismo nella misura in cui Benning ha saputo trarre da esso importanti conclusioni, approfondendo e ampliando quelle fondamentalmente già avvallate da Michael Snow con opere come ‘La région centrale’ prima e ”Rameau’s Nephew’ by Diderot (Thanks to Dennis Young) by Wilma Schoen’ poi. In quest’ultimo caso ci si preoccupava di uno studio formale che fosse in grado di reinterpretare i vari linguaggi (verbale, visivo, sonoro etc.) avvicinandosi ad una ricerca di carattere puramente teorico, come più avanti si potrà dire di un cineasta come Harun Farocki, a tutt’oggi di importanza capitale. Qui il discorso non è poi tanto differente. Benning riprende alcuni tra questi spunti ricollegandosi ai canoni espressivi poc’anzi illustrati, ma con le dovute aggiunte. OWBW si distingue per la carenza di riferimenti, quanto praticato si evolve in una serie di formalismi volti a dimostrare la variabilità della cognizione di spazio da parte dello spettatore: muovendosi all’interno di esso, difatti, i soggetti teorizzano dinamiche impensabili. In questo senso molte sono le pratiche osservate. L’analisi dello spazio ha luogo nel momento in cui lo spazio stesso si pone non più solamente in quanto tale ma anche e soprattutto come non-luogo, un campo d’azione che non rappresenta solo sé stesso ma l’antitesi del concetto stesso di spazio, l’annullarsi e il confermarsi allo stesso tempo dei principi chiave della fisica e della dinamica.

Così facendo quanto osserviamo – l’opera stessa – assume duplice valenza, documentaristica ma anche propriamente sperimentale. Molti sono gli espedienti a cui si assiste, dalla profondità di campo di due mani che reggono e tendono progressivamente una corda perpendicolarmente rispetto al piano dell’inquadratura alla reiterazione di uno stesso evento riproposto tale e quale più volte di seguito fino ad una spiccata tendenza alla simmetria, all’armonia tra forme o ancora al dinamismo di corpi il cui moto regolare si iscrive all’interno dello scenario. Benning annulla così la personalità: quanto ripreso non sottostà a nessun tipo di imposizione esterna, si presenta per mezzo delle proprie potenzialità. Accostando leggi puramente fisiche a leggi proprie del Cinema, l’opera accorpa una prospettiva unica, che abbina elegantemente la nostalgia per i luoghi vissuti dall’autore ad uno sguardo rigoroso e umoristico sugli stessi, sulla loro concezione. Un film che si spiega ancora meglio quando paragonato alla versione alternativa degli stessi luoghi, realizzata dal regista ventisette anni dopo.

Voto: ★★★★/★★★★★

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