Le livre d’image

Le livre d’image (2018) – Jean-Luc Godard / Francia

Quelle di JLG sono opere che riflettono il presente, congeniali ad esso e capaci in particolar modo di assortire le impronte smarrite alle sue spalle nella memoria storica. Di ciò si tratta dunque, nella misura in cui tali impronte corrispondono alle immagini del passato. Reportage, servizi giornalistici, documenti che attestano ideologie e politiche interne ed estere nel mondo – ma soprattutto film. La memoria cinematografica per Godard precede quella storica da sempre riflettendone le storture: inoltre, risulta un ottimo espediente per riflettere sul proprio di percorso, inserendolo nella realtà che egli stesso costruisce capitolo dopo capitolo, come un collage di parole e immagini private di immediata corrispondenza logica o sonora. Queste ultime, in primissima istanza, vengono slegate dalla musica secondo un principio di più profonda cognizione del materiale proposto. L’immagine di cui tanto si parla con l’autore parigino, sottostà a ben poche leggi filmiche, di qui il bisogno di acquisire un linguaggio che raccolga le moltitudini rappresentate dal soggetto posto in essere facendone proprio l’enigma, non più nelle vesti di una narrazione in divenire ma di un’installazione in tutto e per tutto (così l’opera è stata proiettata nel periodo post-Cannes) a mostrare certuni risultati raccolti.

Si giunge allora alla definizione che più si confa all’ultimo Cinema godardiano, ovvero quella di ‘cinema che mostra’, il cui unico scopo dichiarato è quello di presentare con ordine, lo stesso ordine che intima all’autore (come da egli stesso dichiarato) di parlare del futuro attraverso i fatti del passato, trattare di ciò che ‘non sta accadendo’ – da sottolineare il non. Un paradosso, quello di mutare l’avvenimento antecedente in pronostico, tanto più interessante quanto significative sono le conclusioni cui giunge Godard. L’operazione intentata non è più quella di rottura del primo periodo, tantomeno simile a quella di denuncia del successivo. ‘Le livre d’image’ ultima il processo di svecchiamento cruciale nello sviluppo dell’ideologia dell’autore, in particolar modo quello avviato con ‘Film socialisme’ e proseguito da ‘Adieu au langage’, laddove nella prima e in minor misura nella seconda delle due opere, si insisteva a tratti nella volontà di raccontare o perlomeno presentare un frangente grazie a volti, corpi e superfici. Ciò che resta in questo caso è quanto descritto fino ad ora, e cioè la traduzione di determinati concetti, a volte semplici espressioni, attraverso il loro equivalente immaginifico.

Quanto raccolto viene successivamente ripartito, ordinato, sotto cinque sezioni tematiche a racchiudere in qualche modo l’essenza della poetica avanzata. Si tratta fondamentalmente di violenza, tanto ieri quanto oggi, dagli orrori dell’Olocausto agli ultimi decenni in Medio Oriente e conseguente tematica legata allo sfruttamento del petrolio nei paesi arabi (non a caso una delle sezioni si intitola proprio ‘Sous les yeux de l’Occident’, letteralmente ‘Sotto gli occhi dell’Occidente’). La contemporaneità viene sviscerata attraverso gli occhi di un immaginario spettatore televisivo – possibilmente francese vista la natura della gran parte del materiale presentato – in questo modo il Cinema stesso acquisisce importanza, in quanto mezzo di comunicazione, informazione o semplicemente ludico primario, neo-principale espressione artistica da oltre mezzo secolo a questa parte. Si passa così facendo da Murnau a Bunuel, da Ejzenstejn a Nicholas Ray fino a trattare, con non celata ironia, delle opere di JLG medesimo, lo stesso tipo di Cinema da lui promosso anni addietro attraverso le pagine della rivista Cahiers du Cinéma.

Come prontamente avanzato nelle primissime dichiarazioni dopo la proiezione del film, a muovere i fili, più che mai in questo caso, è il convincimento di lavorare non più sulla regia ma sul montaggio, fare in modo che a dettare lo sguardo e i tempi sia la classica fase termine del processo di ultimazione di un’opera cinematografica (ovverosia la post-produzione). Permettendo più libertà nell’organizzazione, tale scelta implica altresì un’auto-imposizione chiave per la comprensione di quello che è il fine dell’autore: affiancare passato e futuro aprendo a uno sguardo che pianifichi la visione sintetizzando in tappe e concetti base fino a singoli frammenti. Di qui si giunge all’essenzialità dell’ideologia portata, qualcosa che ricostruisca lo schema attraverso brevi immagini o gesti iconici, ambivalenti in quanto posti esattamente lì, in quel preciso spazio filmico, spesso estrapolati dai più disparati contesti. Qui sta l’unicità del discorso godardiano, affine in questo senso a quanto ultimamente proposto da Gustav Deutsch, primo e unico nella totalità dello sguardo, nella complessità delle soluzioni estrapolate dal binomio audio-visivo.

Voto: ★★★★/★★★★★

 

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