Twice a man

Twice a man (1964) – Gregory J. Markopoulos / USA

Tratto dal mito greco di Fedra e Ippolito, il lavoro di Gregory Markopoulos racconta dell’infatuazione di una matrigna per il proprio figlio e della conseguente crisi di entrambi dopo il rifiuto da parte di quest’ultimo, già impegnato in una relazione omosessuale. Il cineasta statunitense affronta temi umanamente delicati inserendosi tra le intercapedini dei propri fili strutturali come una farfalla, con una leggiadria unica, sottolineando le relazioni tra i personaggi, ciò che li accomuna e ciò che li divide, i loro sentimenti e le loro angosce ma soprattutto la loro alienazione dal presente filmico. In questo modo la vicenda originale risulta doppiamente rivisitata: sia dal punto di vista pratico, in quanto a scrittura, dunque, sia parlando di ciò che effettivamente viene recepito dell’evento proposto, non più il monito per la trasgressione, per l’amore proibito – come da principio – bensì l’entità, l’impatto dello stesso sul figlio.

A tal proposito, Markopoulos opta fin da subito per una non-narrazione, decidendo di porre una successione di eventi che si rivelano essere semplici gesti, sguardi o addirittura allucinazioni e dialoghi totalmente assenti o muti, ridotti a brevi monologhi. Si parla dei processi mentali del protagonista, il giovane ossessionato dall’idea molesta del trasmutato amore materno, dell’espressione in immagini del suo io più profondo. Ciò si risolve nell’ottica di una doppia soluzione, come del resto suggerisce il titolo stesso. La donna è al contempo giovane e seducente, aggraziata e sorridente ma anche vecchia e decadente, cupa: questi due volti si alternano come a voler sottolineare le diverse entità che le sono conferite. Allo stesso modo, l’amore del protagonista assume forme diverse, passando dalla tenera nostalgia verso il partner alla sgradevole oppressione per la matrigna. Nuovamente, l’autore gioca sul piano di una comunicazione puramente intuitiva, lavora nella prospettiva di suggerire stati d’animo e non raccontare fatti.

Rammentando il Cinema muto di maestri quali Dreyer e Eisenstein, un Cinema di volti, angolature e montaggi serrati, sorge spontaneo il paragone col suddetto film. ‘Twice a man’ è esattamente questo. Le dinamiche dei corpi e degli sguardi seguono uno schema ben preciso, un’immagine completa che richiama la successiva, in questo modo  lo sguardo di un soggetto A che guarda fisso un determinato punto anticiperà nel fotogramma successivo un soggetto B (o addirittura A) che incontrerà lo sguardo precedente. Tale processo, ripetuto spasmodicamente, ottiene come effetto quello di suggerire un dialogo verbale che, di fatto, non è né dialogale riuscendo però nell’intento di cogliere l’esatto sottinteso della sequenza, la sua pura accezione.

Il montaggio, del resto, risulta intimamente spasmodico, serrato, come detto: ogni sequenza, in non più di un paio di secondi, assume valenza, più che in quanto tale, come parte di un mosaico il cui solo tassello finale può giustificare i precedenti. Viene proposto dunque, perfino sotto il profilo tecnico, il concetto binomiale: due immagini velocemente alternate, apparentemente sovrapposte, si completano ed esplicano a vicenda. A rafforzare il concetto base l’incombere di una New York grigia, spenta, in cui i soggetti non possono che affondare inermi. Markopoulos trasforma il mito ellenico prendendone in prestito le premesse e plasmandole in qualcosa di molto più grande, un saggio di Cinema sperimentale che anticipa i principali maestri del genere.

Voto: ★★★★/★★★★★

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