Meurtrière

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Meurtrière (2015) – Philippe Grandrieux / Francia

“Le mani non prendono nulla. Appendici ingombranti il cui utilizzo è perso. Il corpo è subordinato all’impulso che lo anima. È questo impulso costante che spinge in avanti ogni atto. La ferocia arriverà solo a causa dell’istinto. Il mondo di Meutrière sta gradualmente cominciando a penetrare in noi.” – Philippe Grandrieux

Il corpo femminile nudo e immobile, leggermente reclinato all’indietro, si staglia sul nero schermo con il palmo di una mano rivolto in nostra direzione (lo rivedremo poi a circa metà film, nella stessa posizione ma con la mano questa volta appoggiata sul ventre: preludio alla creazione? Ad una rinascita?), finché un’oscurità totale e senza tempo, non lo inghiotte nuovamente nella propria dimensione espiatoria; un altrove inafferrabile al confine tra l’empireo e l’abisso; l’origine e la fine. Ricettacolo di simili figure/forme (“siamo potenziali carcasse”*), non più effettivi corpi, ma nemmeno ancora pure entità, congiunte in una coreografia angosciante che si sospende in quell’eterno ponte tra l’estasi e il dolore che da sempre, demarca la sensoriale poetica nel cinema di Grandrieux. Inizia così, Meutrière (secondo atto di una trilogia sull’inquietudine, l’ansia, la preoccupazione), attingendo in qual modo da quell’improvviso e violento bagliore che, nell’epilogo del precedente White Epilepsy, irradiava il volto di una donna (archetipo della ferocia e della sopraffazione) con la bocca sanguinante, manifestandone con limpidezza profili fino a quell’istante appena percepibili, poiché relegati nella fitta oscurità di una dimensione selvosa ed ancestrale, origine dei più ferini istinti dell’uomo. Ed è riflesso luminoso che qui, ora, diviene elemento differente nei toni, più caldi, nell’esposizione attenuata e nel movimento (nessun intervallo nero a frammentare il tempo dell’azione, ma un costante flusso di lente dissolvenze) permettendoci di scorgere oltre i limiti dell’invisibile e del negato, dove sacro e profano, lirismo e pornografia, possono trovare una loro perfetta comunione, e di distinguere l’indistinto nel processo di trasformazione in atto; una celebrazione del corpo attraverso la sua trasfigurazione. È l’amorfismo che progressivamente si configura svelandoci le nostre agitazioni più intime, con la stessa ondulazione di un pittore intento a dipingere sulla propria tela nera, perchè “Le forme le perdi più facilmente nell’oscurità”, citava Bacon (e difatti: “interlacciamenti, mescolanza di seni, cosce, glutei, capelli turbinii, contorsioni, combattimenti, scatti, onde, percussioni, a volte tutti insieme, l’orgasmo e l’oceano”**).

Introversione di corpi in continua metamorfosi, fasci di luce che attraversano quest’oscurità primitiva gettandosi nella plasticità degli stessi. La donna rimane lo strumento, tutto ciò che le appartiene e la contraddistingue non tende alla bellezza o alla sfera platonicamente/poeticamente intesa, quanto proprio allo stretto legame che congiunge atto sessuale e atto delittuoso, sesso e morte, violenza cruda e incestuosa propria di entrambi i poli tematici. Non persiste un vero e proprio discorso in fase di sviluppo bensì solo e soltanto la volontà di attrarre verso di sé l’attenzione come in un campo di forza magnetica, un incubo capace di fagocitare chi diviene parte di esso vomitandolo nella totale assenza di complementi o soggetti. Attimo prolungato fino all’esasperazione, un boato indefinito che vibra esteso tra membra ed organi sensoriali, un fremito ingannevole si impossessa di noi, fremito che diviene adesso tremore insistente. Un volto in sottile ma costante deperimento pare diventi un teschio dal ghigno mostruoso; la nostra natura è quella di bestie, animali primitivi gettati nella disperazione dei sensi e il corpo la nostra unica, spontanea espressione.

Da qui, dal corpo, si può riprendere il discorso legato alle radici tematiche e stilistiche proprie dell’autore, da qui infatti Grandrieux parte per costruire ogni suo lavoro, che esso abbia più o meno marcatamente entità di sperimentazione. Il corpo, quindi, per formulare sensorialità, comunicare attraverso nient’altro se non il proprio moto, in uno svolgersi che ha natura estremamente esoterica, ma non tanto per la presenza di caratteri oscuri ed ermetici, piuttosto per la religiosità della dimensione in questo modo ricreatasi: luci che negano il sentimento in uno spazio strozzato dal formato di ripresa, dove i gesti blandi scandiscono il tempo come in un rito liturgico che disfa la materia e trova nella composizione estetica dei movimenti l’espressione ansiosa del nulla che si manifesta oscenamente sulle nudità.

Ed è proprio l’intero lavoro di Grandrieux a raffigurarsi in definitiva come un indicibile affresco: un buio oceano di corpi spogli e fluttuanti. Una sorta di Giudizio Universale plasmato mediante un verticalismo non solo tecnico (il rapporto-aspetto stretto in un formato non tradizionale come il 9.16 – vertical cinema), ma concettuale nel riflettere un immaginario spazio dicotomo nel quale questa rappresentazione di corpi, il loro moto/transito, possa liberamente consumarsi attraverso un rallentato processo tendente ora all’ascensione, ora alla catabasi***. Quest’ultima condizione, appare in qual modo un regresso alle origini del percorso filmico del regista (Sombre / La vie nouvelle), con l’ultimo affanno di quel corpo scivolato giù, nelle più cieche profondità, del quale l’orgia a lui soprastante pare essersi dimenticata. E per una frazione di pochi istanti è anche il movimento a cambiare, abbandonando la sua decelerazione per ripresentarsi sotto quell’impulso originario, epilettico; come un terremoto proveniente dal passato deciso a penetrare nei corpi, per ripercuoterli ancora una volta, convulsamente.

Di film come Meurtrière non se ne dovrebbe parlare quanto semmai solamente discutere perché, come per il riflettersi in uno specchio, non esistono definizioni ma solo osservazioni, percezioni: dai sensi proviene e con i sensi si esaurisce. Se tremo ansimante, il volto contratto, gli occhi sfatti, è perché esisto, qui e ora, in mezzo a queste tenebre, questo buio dilagante e soffocante, non si tratta di divenire ma di essere, di un qualcosa che ci precede, che preesiste inestinguibile. Col corpo, allora, possiamo esprimerci all’interno di questo spazio, la bocca spalancata (tipica metafora del Cinema di Grandrieux), gambe e braccia in preda a folli convulsioni, affascinanti composizioni che poco hanno di cinematografico, di prestabilito, e che, proprio per questo, sfuggendo ad una qualsiasi cornice, della poetica di Grandrieux sono proprie.

Voto: ★★★★★/★★★★★

* Francis Bacon.

** Manuela Morgaine (Performance présentée au Phare, CNN du Havre Haute-Normandie dans le cadre du Festival Farenheit).

*** Nel mondo greco, la discesa dell’anima nell’oltretomba.

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