Melancholia

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Melancholia (2011) – Lars von Trier / Danimarca

Maestoso. Esteticamente sbalorditivo. Encomiastico. Irraggiungibile in tutta la sua purezza artistica. Con questo magnifico affresco apocalittico il controverso cineasta scandinavo torna sulle orme del precedente “Antichrist” per mostrare l’altra faccia del male, questa volta però da un punto di vista più universale e se vogliamo condivisibile. Qui infatti von Trier dimostra tutta la sua impossibile ed impraticabile passione per un mondo infallibilmente morto, in procinto di estinguersi, dove la perfezione dello scenario si scontra inevitabilmente con l’incapacità di accettare lo stesso nonchè comprenderlo, in quanto unica, misera risposta al senso della vita, che risulta in definitiva troppo vaga e piccola in confronto all’ineluttabilità del destino umano.

Partendo con un prologo al rallentatore estremamente mistico viene introdotta la vicenda di una donna che arriva al rinfresco del proprio matrimonio, organizzato sontuosamente dalla sorella. Di qui segue fino a metà film la festa, dove vengono mostrati i parenti più stretti. Ma ben presto si intuisce dai comportamenti schivi e problematici della donna un’inspiegabile tensione interiore della stessa, che culmina col disastro totale e col mandare a monte il matrimonio stesso, e si capirà in seguito il motivo. Nella seconda parte invece si assiste all’imminente avvicinamento del pianeta Melancholia alla terra, il che provoca la follia più totale sulle due sorelle e l’inizio di una spirale corrosiva e pestilente, che porterà allo scontro del pianeta e alla distruzione del mondo intero.

Seguendo la scia del suo maestro e ispiratore Tarkovskij (e in particolare del suo “Sacrificio”), von Trier qui porta sullo schermo l’apocalisse, delineandola attentamente e giustificando così l’insensatezza della vita. Si nota poi inoltre il ritorno di tutti i temi cari all’autore. La natura sopra di tutti; l’elemento in costante avanguardia rispetto all’umanità, lo specchio e il sintomo primo attraverso il quale l’uomo comprende per primo la futilità dell’esistenza e il divampante malessere che domina incontrastato. Ed insieme a questo il ponte, già utilizzato nel film precedente come fattore primo di intuizione. Ma più importante ancora, come in tutte le opere dell’autore, il tema fondante del genio danese si dimostra essere il costante proponimento della vacuità della vita e della follia umana, intrinseca alla stessa natura dell’essere, come indivisibile e impossibile da ignorare o catalogare. Ecco allora che il von Trier persona entra in scena, dividendo immaginariamente le sue due personalità nelle figure delle due sorelle: la sposa, Justine, e la sorella, Claire; Justine infatti è la parte più folle e pessimistica dell’uomo, quella che accetta il nefasto destino della fine della specie con serenità e con pace perchè emarginata interiormente da questa e conscia della meritata distruzione di un’umanità ingrata e unicamente viziosa. Claire invece è la parte più estranea all’autore, quella razionale e calcolatrice, quella che non si rassegna alla fine, che di fronte all’arrivo del pianeta ancora continua a piangere disperata perchè distrutta dall’insopportabile idea che non si possa racchiudere tutto entro schemi e risolverlo.

E se il caos porta la fine dell’umanità e la distruzione, di certo attraverso gli occhi dell’autore non si notano elementi che ne facciano rimpiangere la conclusione. Ogni persona incontrata dallo spettatore nel suo viaggio mistico alla ricerca di un senso è un vaso pieno di odio,meschinità, falsità e spirito piccolo-borghese, che guarda alla vita solo come a un qualcosa da dominare e da definire razionalmente,e a questo senso sono chiave i personaggi del capo di Justine, egoista e noncurante, della madre, pessimista e rassegnata, e del marito di Claire, uomo di scienza convinto che Melancholia non possa scalfire la terra. E probabilmente è proprio questo il ruolo che più di tutti von Trier denuncia e rinnega: la stolta convinzione che l’intero genere umano viva in una botte di ferro, intoccabile, e che nulla possa succedere, che il male non esista o non dimori all’interno dell’anima, nascosto tra le persone. Non a caso la fine più cruenta sarà destinata proprio a lui: trovato morto inerme nella stalla, ricoperto dal fieno e dallo sterco accanto ad un cavallo.

Da questa pellicola viene perciò fuori il culmine della negatività del regista, la completa ed assoluta convinzione della generale perdita di speranza e dell’indubbia inesistenza di bontà e di scopo alcuno. Come dice Justine alla sorella “la terra è malvagia”, è insensato lottare per essa o per noi stessi,è fuori luogo. Ogni tentativo di crearsi una propria normalità è inutile ed instabile, e Justine lo ha provato sulla propria pelle col fallimento del proprio matrimonio (ma più avanti anche Claire); per von Trier è contro natura vivere con la maschera della felicità, fare finta che la vita sia sensata e piena di soddisfazioni, ogni sorriso nel film suona falso come falsi sono quelli della sposa quando, durante tutta la cerimonia, tenta di nascondere il proprio malessere, e in quanto tali sono destinati a non durare. L’occhio del danese è spietato e malvagio, duro da accettare e ancora più duro da digerire, perchè porta in scena un alone di vacuità troppo grande e generalizzante, troppo azzardatamente nichilista.

Tecnicamente poi l’opera è davvero eccezionale ed unica. Basterebbe l’introduzione per promuovere la pellicola a pieni voti. Come infatti compiuto in Antichrist attraverso il “Lascia ch’io pianga” di Handel, qui von Trier si prende beffa del suo pubblico ancora una volta utilizzando la musica classica per nascondere e prendere in giro: e stavolta lo fa col “Tristano e Isotta” di Wagner, mostrando contemporaneamente Justine come in trance, in completa fusione con l’ambiente boscoso circostante e quindi con la Natura, in pace con il destino scritto dall’arrivo di Melancholia. In seguito il film viene diretto a spalla, come spesso usato dal regista, ed orchestrato attraverso scene lunghe, accompagnate musicalmente solo durante le sequenza oniriche di Justine, tanto frequenti quanto visivamente stupefacenti.

Attraverso due sole, grandi macrosequenze (la festa e la permanenza a casa di Claire) von Trier muove le sue due protagoniste con scioltezza e consapevolezza, osservandole come un occhio al limite del sadico, scrutatore e profetizzante. I movimenti sono sempre lenti e dolorosi e i dialoghi come sempre pochi e graffianti, diretti; gli avvenimenti tutti volti ad una spirale sempre maggiore che converge verso la tragedia dell’epilogo. E ancora i personaggi, che agiscono come manovrati da una volontà superiore, come legati indissolubilmente al loro destino, predestinati da tempo a ciò che in seguito inevitabilmente si deve verificare. L’avvento di ciò che, allo stato di puro, inevitabile epilogo, si fa parabola di un’umanità inerme, misera e ancora una volta stretta nella morsa di ciò che la completa e la accompagna (natura, divino ecc…).

Voto: ★★★★/★★★★★

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2 risposte a Melancholia

  1. Non sbagliate mai un colpo 😉 (riguardo la recensione). Il film è uno di quelli che non smetto mai vedere: straziante, doloroso, ineccepibile!

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