La Passione di Giovanna d’Arco

La passion de Jeanne d’Arc (1928) – Carl Theodor Dreyer / Francia

Pietra miliare del cinema muto nonché sua massima espressione, opera monumentale, icona immortale e punto di riferimento e saggio registico di fondamentale rilevanza. Una potenza espressiva, una forza d’impatto ed un magnetismo di rara bellezza e fattezza: la storia dell’eroina di Francia non verrà mai più resa in maniera così grande, nonostante le sue varie successive reinterpretazioni (Bresson, Rossellini, Besson…).

30 Maggio 1431: la santa patrona di Francia Giovanna d’Arco viene portata di fronte al tribunale ecclesiastico col preciso intento di essere bruciata al rogo. La sua resistenza sconvolge ma non abbatte gli inquisitori che, riusciti in un primo tempo a farla abiurare ma subìto poi il suo cambio di idea, la torturano, le rasano il capo, e la portano infine sul rogo, dove verrà arsa viva dalle fiamme. Il popolo rivoltoso verrà calmato nel segno del sangue.

La pellicola inizia subito in medias res, perfettamente addentrata dentro la vicenda, dove già vediamo una Giovanna intenta a rispondere alle domande subdole e provocatorie dei vari giudici. Non vi sono introduzioni, salvo qualche nota anticipatrice riguardo al verbale del processo e qualche commento di disprezzo per la Chiesa di quei tempi: in seguito fino alla fine del film assistiamo ad un estenuante interrogatorio, fatto interamente di primi piani, dove proprio attraverso questi notiamo la povertà di spirito e lo smarrimento della giovane, messo in violento contrasto con i volti sadici e malvagi degli interrogatori, primo su tutti il giudice incaricato Cauchon, e così rimarrà per l’intera vicenda. In questo modo il film si svolge su una sola, unica modalità, mono-tono in un certo senso. Non ci sono sbalzi di attenzione, né cambi di regia o montaggi di particolare rilevanza: gli unici protagonisti della vicenda sono i volti dei personaggi, primo su tutti ovviamente quello della figura principale, la giovane santa Giovanna. In contrasto con la stragrande maggioranza del film, dove notiamo spessissimo i volti degli ecclesiastici, turpi, assatanati, dagli occhi fulvi e in fiamme, dagli sguardi fieri e minacciosi, dai portamenti e dai comportamenti spavaldi e assetati di sangue, verso il finale abbiamo una serie di toccanti primi piani raffiguranti persone comuni del popolo, in lacrime e in disperazione per la morte della loro eroina, mentre i soldati ferocemente frenano la loro rivolta massacrandoli.

Da notare inoltre un altro fattore di notevole importanza. Il regista volutamente non dà durante l’intero arco del film, ma ciò si nota soprattutto nella prima parte di esso, nessun tipo di contestualizzazione visiva o movimento, e gli stessi ambienti ripresi sono abbozzati in pochissime riprese e per la maggior parte della durata lasciano di proposito libero spazio all’immaginazione dello spettatore, aprendo un altro mondo mentale parallelamente a quello dell’opera, dove chi osserva, oltre ai volti e ai dialoghi, può ricrearsi l’intera storia nella sua integrità, venendo però imprescindibilmente e indelebilmente colpito a fondo dalle torture di immane espressività che i primissimi piani provocano. A questo senso difatti, come già citato, la staticità perenne dell’immagine è assolutamente funzionale.

Come già prima della suddetta pellicola ha avuto modo di palesare più volte con pellicole come ‘Pagine dal libro di Satana’ (dove Dreyer prende fortemente di mira la Chiesa e più in generale ogni forma di religione che si è espressa nella storia dell’umanità), qui il regista scandinavo si scaglia veementemente contro il cristianesimo, è come farlo in maniera splendente se non prendendo in analisi l’orribile vicenda della santa paladina francese? Ovviamente i rimandi a questo tipo di visione sono palesi e si notano fin dall’inizio, iniziando con l’atroce ferocia con la quale giudici e inquisitori scherniscono continuamente, a parole e non, la giovane, ma essendo la storia stessa una vicenda di anti-cristianesimo l’autore non ha molto spazio per muovere critiche estrinseche alla trama. È un approccio, quello di Dreyer, che non fa solamente perno sull’ateismo e sul conseguente rinnegamento di ogni dottrina religiosa, ma soprattutto sulla condotta morale dell’uomo come riflesso del mistero divino.

La snaturatezza del male nelle sue opere è intrinseca e naturale, radicata nel profondo, perché così è, ma la passione vera si presenta nei piccoli miracoli che l’uomo stesso compie, come quello di Johannes in ‘Ordet’, nel naturale e bilaterale lavoro delle due tendenze umane, senza prevaricazioni o insabbiamenti tipici del cinema americano dell’epoca.

Ma il grandissimo pregio dell’opera è sicuramente la sua connotazione: oltre ad essere infatti una pregevolissima riproduzione storica, e perciò un documento di grandissimo valore anche sotto il suddetto punto di vista, essa è un’imprescindibile sperimentazione artistica d’avanguardia, soprattutto per le grandissime novità che essa apportò sotto il profilo tecnico. Mai prima d’ora infatti si erano viste opere interamente girate tramite primi e primissimi piani, tramite fotogrammi dove i volti dei personaggi sono statuari in tutta la loro espressività e fortemente suggestivi in tutta la loro presa su chi li osserva. Ciò si nota chiaramente durante le sequenze inquisitorie, dove il botta e risposta di Giovanna e dei suoi interlocutori è fonte continua di spunti per tristi smorfie di dolore per la prima, e risate o severi e falsi ammonimenti per i secondi. E tutto ciò è davvero innovativo soprattutto in quanto contribuisce a rendere davvero insopportabile la pellicola agli occhi dello spettatore, a maggior ragione pensando all’epoca nella quale tale stupenda e letterale prova di forza venne prodotta e messa in scena. Ma l’effetto finale della pellicola è comunque di una pesantezza unicamente apparente, dove invece chi osserva non può fare a meno di immedesimarsi nel patimento della protagonista, osservarla con compassione mentre sopporta la corona di spine sul capo, mentre le viene rasata la testa, o ancora mentre arde tra le fiamme con sguardo perso e abbandonato.

Procedendo nella visione è  il volto che notiamo essere il vero e unico protagonista; il cinema di Dreyer, qui al suo culmine sotto tale punto di vista, punta sempre su questo fattore: esso è l’espressione dell’anima, la trasposizione migliore di ciò che si vuole mostrare e dimostrare, perché solo attraverso le sofferenze patiamo con il protagonista, e solo osservando la crudeltà di chi le infligge comprendiamo l’ingiustizia di ciò (a questo senso il paragone con il suo successivo ‘Dies Irae’ è lampante). Per rinforzare poi tali concetti il cineasta danese mette in chiaro riferimento la figura di Giovanna con quella del Cristo. La passione della prima nella pellicola è quasi del tutto analoga a quella di Gesù, i particolari delle torture e quello della corona anche: si tratta di un parallelo che conferma perciò l’aura di santità della protagonista, non tramite espressioni verbali di facile accostamento o segni e gesti di bontà gratuita, ma con una netta presa di posizione che, lungi dall’avere carattere religioso, dimostra quanto il regista ci tenesse a rendere la vicenda il più possibile scevra da prese di posizione e facili e speculari trasposizioni (presenti inoltre netti riferimenti all’iconografia cristiana antica, nelle pose e negli sguardi rivolti al cielo puramente di antico stampo). Il maestro danese riesce a conti fatti a superarsi un’altra volta con una sfrontatezza ed una classe davvero insuperabili.

Voto: ★★★★/★★★★★

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