L’isola nuda

Hadaka no shima (1960) – Kaneto Shindo / Giappone

Come le grandi voci del cinema europeo che in quegli anni teorizzavano con sempre maggior convinzione l’impatto e le possibili soluzioni della minimal art sulla pellicola, anche Shindo, con l’avvento degli anni sessanta, costruisce un’opera scarna, privata di molti dei caratteri – fino a poco tempo prima fondamentali – della pellicola. Da ‘L’isola nuda’ traspare molto di questo. La componente non verbale si manifesta nella totale assenza di dialoghi: così facendo, l’occhio segue i due protagonisti cogliendo ogni minima sfumatura dei loro volti, ogni dettaglio che compone la cornice contestuale dell’opera, avvertendo infine il fardello che grava su di loro.

L’epicità dell’opera viene a crearsi nel culmine della stessa, dando rilievo a quello che sarà il suo punto culminante e completando quello che diviene un falso presente. Il concetto di tempo viene annullato, quanto osservato risulta ciclico, assume carattere filosofico, viene decontestualizzato e privato di un qualsiasi punto di vista. In breve, il film segue pochi giorni di una famiglia di contadini, residente su di un’isola semi-deserta, che vive del proprio operato rivendendo i frutti in paese. La morte improvvisa di un componente della famiglia sconvolgerà l’intera esistenza del nucleo gettandolo nella più totale disperazione.

La povertà dell’intreccio preannuncia, già dalla sola lettura, la modularità dello svolgimento. Esso, infatti, risulta come un ripetersi continuo delle medesime azioni: zappare il terreno, portare nuova acqua per bagnare le piante, recarsi in paese in barca. I dialoghi, così come le musiche, sono pressoché inesistenti. Cosa rimane dunque in definitiva? L’evento. L’importanza del film va vista soprattutto in quanto sperimentale. L’eterna e infaticabile lotta dell’uomo contro la Natura, il costante tentativo di sopravvivere in un ambiente ostile, all’interno di uno stile di vita che a conti fatti risulta come una gabbia, troppo stretto per riuscire ad abitarci. La densa tensione che impregna l’atmosfera è il fulgido sintomo dell’astrusità di una condizione umana che può portare solo alla follia. E infatti è proprio nell’epilogo che si ha lo scioglimento di ogni dubbio a riguardo, il brusco, discordante e imprevedibile palesarsi dell’autore. La grandezza d’impatto della suddetta scena, il culmine emotivo dell’intero film, risulta proprio per il suo inaspettato vigore come l’unico finale possibile nonché in voluto e riuscito contrasto con quanto avvenuto fino a quel momento. Ma la vita continua, e dopo questa breve parentesi, la famiglia ritorna alla propria quotidianità.

Lo spirito rivoluzionario del cineasta si inquadra dunque nelle sue opere attraverso la lotta dell’essere umano contro tutto ciò che umano non è, contro l’assillante e angosciante presenza della morte. Se infatti il nemico è la Natura, nel successivo ‘Onibaba’, esso è rappresentato sia dalla futile ma costante presenza del demonio, sia dalla Natura stessa, in partenza già corrotta dell’uomo. Seppur con eccessivo accademismo Shindo riesce sempre a realizzare quadretti di vita che affascinano per la loro profondità e forza espressiva. ‘L’isola nuda’ forza lo spettatore, suo malgrado, a soffermarsi sul lato ontologico ed esistenzialista della vita introiettandolo in una dimensione dominata dallo scandirsi dei minuti, dall’incipiente sopravanzare di una tragicità avvertibile solo per mezzo della semplice, attonita contemplazione/immedesimazione.

Voto: ★★★★/★★★★★

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