Sul Globo d’Argento

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Na srebrnym globie (1988) – Andrzej Zulawski / Polonia

Lande desolate, dove il tempo non sembra aver lasciato traccia del suo passaggio; deboli e ingenui come fuscelli gli uomini seguono i propri istinti primitivi, abbandonandosi ad essi e ai loro più sanguinari e sfrenati deliri. Il regno dell’uomo qui al suo apice dimostra tutta la sua vanagloria e la sua insulsa cupidigia, l’occhio divino si posa sugli occhi insanguinati del folle assassino che non sa di doversi presto tramutare in vittima. Reduce da pellicole controverse come “Il diavolo” e “Possession”, il cineasta polacco si cimenta in un progetto maestoso ed imponente dimostrando una dimestichezza e un’abilità con la mdp fuori dal comune.

La storia, seppur raccontata in maniera criptica e quantomai surreale, narra di un gruppo di scienziati che si reca sulla luna nella speranza di ricrearvi una società migliore di quella umana; ma col passare degli anni e con l’estinzione dei fondatori la stirpe di sfalda fino ad essere dominata da popolazioni barbare che, dapprima venerando un umano arrivato in aiuto dalla terra, in seguito lo cattureranno e crocifiggeranno. Come si evolverà adesso la società lunare?

Partendo da intenti (nonchè da una piece) di grandissima levatura come quella di Jerzy Zulawski dal quale il film è tratto, Zulawski mette in scena una superba epopea fantastica, un dramma senza tempo che affonda le sue radici talmente in profondo da risultare addirittura sbalorditivo. Qui difatti l’autore pone a se stesso nonchè al suo spettatore alcuni interrogativi di fondamentale importanza, domande imprescindibili da non poter ignorare: è possibile creare una società perfetta? esiste veramente nell’essere vivente la possibilità di proliferare e mandare avanti la propria società senza autodistruggersi? l’uomo è solo nell’universo? può resistere allo stesso odio che crea e tramanda nei suoi comportamenti e nelle sue astruse leggi? E questi sono solo pochi dei tanti fondamenti filosofici che Zulawski intavola qui.

Il regista qui pone i suoi interrogativi in maniera generale e generalizzante, riflettendo sul perchè l’essere nasca imperfetto, incapace di ogni tipo di comunicazione pacifica o della pura e semplice capacità di sopravvivere a se stesso. Perchè come viene dimostrato qui il solo avanzamento scientifico, il mero progredire nella dimestichezza della tecnica, non basta ai fini di correggersi e di migliorarsi, e nemmeno a prolungare il proprio tempo a disposizione. La brutalità, tirando le somme dell’opera, risulta come un’innata capacità dell’essere, una forza dannosamente e maledettamente intrinseca allo stesso, senza scopo e senza pietà. I selvaggi, specialmente nelle terribili sequenza finali del film, compiranno atrocità indescrivibili sui loro stessi simili, continuando imperterriti a lottare per quella stesse sete di gloria e di avidità, quella ricerca dell’immortalità, che è la riprova e quella messa in pratica degli istinti animaleschi e primordiali che l’intelletto dovrebbe astenere dal compiere: ancora una volta il ragionamento sull’uomo e sul suo confronto con l’eternità si risolve pessimisticamente, soprattutto pensando ad opere come “Ascension” o “Stalker”, sempre sulla solita scia filosofica.Il lato tecnico dell’opera però è il vero fulgore dell’opera: poche volte nella storia del Cinema si è vista una regia così convincente e straordinariamente attinente a quanto illustrato: Zulawski qui mette in scena, attraverso una direzione a spalla movimentata ed estenuante, il suo vero e proprio istinto delirante che tanto lo ha contraddistinto nelle pellicole precedenti. Ogni ripresa ha come unico scopo quello di destabilizzare ed inquietare lo spettatore, ogni inquadratura è stonata e paurosamente inquietante in tutta la sua follia. I colori sono sempre bui e foschi, passando dal blu scuro dei sempre presenti mare e cielo al nero più pieno delle grotte e del buio dilagante, il che simbolizza e sottolinea quel clima di negatività e di orrore che è lo scopo primo del regista. Ma ancora a rafforzare tutto ciò i dialoghi sono un’altra prova di quanto appena detto: onnipresenti, lunghi ed interminabili, e soprattutto quasi sempre privi di senso o talmente astrusi nella loro eccessiva ridondanza logica, quasi arcaica, da risultare inevitabilmente estenuanti e faticosi da sopportare, il che in fin dei conti contribuisce a mettere la vicenda in secondo piano svalutandone la parte puramente dialogata.

La follia destabilizzante di Zulawski diventa infine il metro di giudizio della stessa follia umana, il contrappasso che l’autore riserva al suo spettatore nonchè la spirale ultima di un mondo in rotta, comandato dall’insanità e, come ci spiega il maestro stesso, succube della stessa, incatenato ad i propri vizi come una bestia al proprio istinto famelico. In questo senso “Sul globo d’argento” può essere considerato come uno dei più grandi film realisti in chiave distopica, un’opera proprio per questo necessaria e fondamentale, arrivataci purtroppo ai giorni nostri vittima di enormi, vistosi tagli di lavorazione e censura.

Voto: ★★★★/★★★★★

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