Il corridoio della paura

Shock Corridor (1963) – Samuel Fuller / USA

Nato come regista di serie B, poco sponsorizzato e con pochissimo budget a disposizione, il regista americano riesce con questa pellicola a creare un intenso dramma che getta le proprie radici alla base dei grandi difetti umani, osservando con sguardo impietoso l’America degli emarginati come quella dei più ambiziosi. Attraverso uno stile registico assolutamente originale Fuller descrive una discesa negli inferi della follia umana, senza perdersi nei cliché dell’epoca e sfruttando ogni elemento filmico con astuzia e sapienza.

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John Barrett, ambizioso giornalista, si decide contro il volere di tutti i suoi conoscenti, nel compiere un’impresa quasi impossibile: fingersi malato per penetrare insospettabilmente in un ospedale psichiatrico e risolvere un caso di omicidio. La soluzione è vicina, come vicino è anche il tanto agognato Premio Pulitzer, ma la permanenza in quel ricettacolo di follie e di perversioni lo porterà inevitabilmente verso l’autodistruzione, facendola combaciare proprio con la soluzione del caso.

Se dopo questa pellicola il regista del Massachusetts troverà una ben diversa gloria, tale da permettergli una più ampia libertà filmica, fino a quel momento egli non era ancora riuscito a combinare il suo stile visionario con le grandi possibilità di buona sceneggiatura. Qui infatti troviamo un lavoro ben diverso da quello a cui ci aveva abituato l’autore fino a quel momento, prima su tutti la bellezza della storia. Il film parte immediatamente addentro alla vicenda, e vediamo il nostro protagonista ben deciso a compiere la sua impresa titanica. La sua eccessiva ambizione suggerisce allo spettatore un cattivo presagio, così come la riluttanza di quasi tutti i personaggi di contorno. Una volta entrato nell’ospedale però cambia tutto e inizia il calvario, la spirale negativa. La sua brama senza limiti lo porta a passare tutto il suo tempo con i pazienti dell’istituto, in cerca di un qualche indizio per la soluzione del mistero, ma così facendo egli diventa una pedina in mano a quelle stesse follie che vuole denunciare, amalgamandosi troppo in fretta con loro. Assecondando le gesta folli dei suoi potenziali solutori egli inizia a comportarsi in maniera sempre più strana, subendo per la sua irrequietezza vari trattamenti con elettroshock. La sua mente inizia a vacillare, e scena dopo scena inizia ad infiltrarsi l’elemento registico. Fuller penetra alla perfezione in questo cuscinetto sceneggiativo inserendo varie sequenze surreali e ottenebranti che testimoniano la perdita di coscienza di Barrett; sogni, incubi, allucinazioni. Attraverso questi oscuri e mesti presagi l’atmosfera del film diventa sempre più claustrofobica e onirica, e osserviamo il nostro ambizioso eroe stretto sempre più nella morsa della pazzia, la stessa morsa che in un certo senso verrà ripresa, sebbene in maniera differente, nel fenomenale documentario di Wang Bing ‘Feng ai’. Lo sguardo perso, i tremiti, i vacillamenti, i raptus di follia; quella che poco tempo prima era una messa in scena diviene ora la terribile verità. In un crescendo di caos e di confusione dove Barrett sembra sprofondare in un abisso, la sua ragazza, preoccupata per lui, diventa lo sguardo dello spettatore, che osserva da lontano comprendendo già in anticipo il triste finale della storia, ma al contempo inerme e impossibilitata a fare qualsiasi cosa. Dopo una straordinaria sequenza dove il corridoio dell’ospedale diventa uno spiazzo trafitto da un temporale, Barrett perde completamente la ragione, diventando un catatonico.

Senza ombra di dubbio la grande forza della pellicola è la straordinaria abilità del regista di riuscire a creare l’atmosfera perfetta per il film, rendendolo un viaggio allucinante e al contempo terrificante, dove la perdita di senno del protagonista coincide con la perdita di razionalità e di senso dello svolgersi dei fatti. Le sequenze-incubo si fanno sempre più frequenti, quelli che all’inizio erano semplici sogni di rincontrare la fidanzata diventano mostruose elucubrazioni. Fuller riesce a penetrare completamente all’interno della sua parabola, reinventando completamente la storia e dandole un suo significato e valore artistico. La regia è straordinaria, cambia punti di vista e non resta mai imparziale, condanna di fatto e per scelta. Lo sguardo dell’autore è palpabile durante l’intera vicenda e non ci lascia mai. Ogni incubo riesce a mescolarsi alla perfezione con la realtà diventandone parte integrante, e così sarà infatti alla fine. La condanna verso i mass media e la casta giornalistica è totale così come palese è lo sguardo sarcastico dell’autore, che dipinge una realtà scomoda con vena veritiera e sincera.

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Voto: ★★★/★★★★★

 

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