Stalker

Stalker (1979) – Andrej Tarkovskij / URSS

La narrazione riprende, in un universo semi-distopico ai margini dell’apocalisse, le vicende di due uomini. Essi bramano il raggiungimento della famigerata stanza dove si narra che i desideri più remoti diventino realtà. Accompagnati da una guida, chiamata appunto stalker, i due si avventureranno verso quel luogo attraversando “la zona”, un luogo avvolto dal mistero, recintato dal governo, pericoloso, mistico e dai poteri sconosciuti. Durante il viaggio tuttavia, una sinistra consapevolezza si farà strada tra loro conducendoli sull’orlo della follia.

Con questa pietra miliare del cinema, Tarkovskij continua il suo viaggio spirituale alla scoperta dell’uomo e della sua dimensione all’interno del mondo: se infatti con ‘Solaris’ egli riprendeva in maniera armonicamente e artisticamente ineccepibile ma più cripticamente la disperata voglia di sapere e di scoperta dell’uomo, riproducendola però in un contesto più vasto e forse ancora più complicato del seguente come lotta disperata e impossibile contro il tempo e l’immensità dell’universo in tutto il suo mistero e il suo inspiegabile, qui fa più o meno lo stesso, confrontandosi però maggiormente con una dimensione interiore e personale, come lotta dell’uomo contro se stesso, non contro l’universo e quindi ancora verso il significato unico della vita, ma raggiungendolo attraverso il canale dell’intima conoscenza della propria umanità. Si delineano quindi due percorsi per la ricerca dell’essenza unica della vita:quella universale e quella personale. Ovviamente a causa dell’imperfezione e dell’incompletezza dell’uomo entrambe non possono che fallire miseramente, portando però a galla, almeno in questo caso, una consapevolezza personale dei propri limiti e quindi di ciò che è, e non è possibile vivere e provare, di ciò che ogni essere umano è destinato a fare, comprendendo che il viaggio della vita è unilaterale e quasi predestinato nella sua atea e pessimistica ineluttabilità.

Il tema fondante è perciò in definitiva l’uomo e la sua sete di conoscenza, la sua impossibilità di legarsi, come appena detto, alla limitatezza della vita così come si conosce,al grande desiderio di andare oltre, di spingersi oltre le barriere del possibile e del razionale. In questo senso perciò la stanza simbolizza tutto ciò che ogni essere umano vorrebbe diventare, senza però essere disposto a sacrificarsi o a mettersi in gioco per essa: i due uomini infatti, sia lo scienziato che lo scrittore, sono entrambi disposti e vogliosi di risolvere i propri problemi e realizzare i propri sogni, di ottenere il premio Nobel, come dice uno dei due, ma alla fine comprendono che troppi fattori si interpongono tra loro e il raggiungimento di tale scopo. La loro falsità, il loro senso di incompletezza che li porta a cercare nell’impossibile la soluzione alla loro miseria, in fin dei conti altro non sono se non la paura della verità e l’impossibilità di affrontare se stessi. Perché se la stanza è come si dice il luogo dove il desiderio più vero, quello più sofferto e più remoto viene appagato, è anche vero che prima di tutto l’uomo deve affrontare se stesso, e l’entrata stessa nella stanza presuppone un obbligatorio coraggio e una sicurezza che loro stessi non sanno trovare. E di fronte a tutto ciò scoppia la rabbia, che porterà infatti lo scienziato a minacciare di far esplodere con una bomba l’intero luogo, cosa che però infine non attuerà. Inoltre l’ira dello stalker verso i due, nei quali riponeva tante speranze e desideri di salvazione del mondo, rispecchiano il concetto di fondo della logica, che inevitabilmente non può che abbattere l’edonistica completezza e il significato stesso della zona; egli in conclusione scapperà via deluso e conscio che il suo lavoro, la zona stessa, non fornirà mai la felicità a nessun uomo (conscio anche della tragica fine del suo maestro, che cercando lui stesso la felicità,finirà suicida a causa della ricchezza improvvisa donatagli dalla stanza e a seguito di una sua precedente colpevolezza), perché l’uomo stesso non è capace di affrontare un concetto così grande di armonia e di onesta integrità personale, riuscendo a confrontarsi perfettamente con il proprio essere. Da notare perciò anche l’accostamento non casuale dei tre protagonisti del film: essi infatti seppur così diversi caratterialmente hanno le stesse identiche sembianze fisiche, i loro volti sono pressoché identici, e ciò non è certo un caso, quanto l’espressione dell’uguaglianza di fondo dell’uomo e dell’estensione dello sconfortante risultato finale (l’impossibilità di entrare nella stanza) ad un concetto più ampio di umanità. La loro diversità in fondo cela la loro mostruosa uguaglianza di fronte alla finale resa dei conti, che è la zona.

Il significato stesso della zona poi racchiude in sé una complessità e una vastità di temi che può però, come detto dall’autore stesso, essere racchiusa in una semplice espressione: “La zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste”.  Al di là di tutto quindi la zona in tutta la sua pura e limpida sembianza, in tutta la sua pacata, silenziosa e ancestrale atmosfera rispecchia l’eterna lotta dell’uomo con la vita, il momento di essa nel quale egli si ritrova per forza di cose, volente o nolente, a tirare le somme delle proprie scelte e dei propri arbitri, di ciò che ha fatto e di ciò che non è mai riuscito a fare ecc..

Interessante inoltre la figura della bambina, la figlia dello stalker, malata e impossibilitata a camminare a seguito degli effetti che la zona ha avuto su di lei. Essa manifesta, nella splendida quanto esteticamente impareggiabile sequenza finale, degli strani poteri di telecinesi che le permettono di spostare gli oggetti col pensiero. Forse essa simboleggia l’arcano potere della stanza, l’imprevisto e improbabile effetto dell’inconscio del padre, che arrivato nella zona senza desideri, forse riesce a farne avverare uno, dimostrando quanto l’amore sia importante e onnipresente nell’anima dell’uomo, nonostante i suoi evidenti limiti.

Meritevole di un discorso a parte inoltre l’analisi parallela e personale del film, vista come sunto biografico dell’autore e della sua figura. Ciò che infatti se ne desume dal tutto è la disperata e sempre incerta lotta dell’uomo d’arte colto nell’atto della suprema creazione dell’opera. L’incertezza del risultato, l’apparente sembianza d’inconsistenza che assume il lavoro del regista e i suoi grandi sforzi e sacrifici nella vita personale. Tutto questo si rispecchia grandemente nelle vicende dei protagonisti, mettendo in luce un altro interessantissimo quanto profondo aspetto della pellicola, dimostrando ancora una volta l’intento profondamente indagatore e riflessivo del maestro russo nei confronti non solo dell’umanità ma anche di se stesso, analogamente a quanto fatto quattro anni prima col suo altro capolavoro ‘Lo specchio’, solo qui in maniera più grandiosa e profonda. Il fascino dello stile del regista molto riscuote dalla splendida alternanza di colori del film. Sia ad inizio sia in conclusione, questo è visto in seppia, ossia il colore della grigia, insipida realtà, che non convince e non appaga: annoia soltanto. È il colore del non realizzato, dell’opacità del reale, e perciò dell’incompleto. Quando ad inizio viaggio, i tre uomini paiono tesi e contemplativi, il seppia svanisce e lascia il posto al colore, che perdurerà per il resto del viaggio.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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