Ascension

Ascension (2002) – Karim Hussain / Canada

Riprendendo l’eredità del grande Tarkovskij, Hussain crea qui un miracoloso viaggio filosofico, che trascende da ogni tipo di materialismo per proiettarsi in una visione d’insieme magnifica in tutta la sua forza generalizzante. Di ritorno da una violenza sacrilega e blasfema quanto innovativa (‘Subconscious Cruelty’) il regista canadese intesse una complicata e speculare tela fantascientifica che, rifacendosi a quanto di più umano e totalizzante si possa trasporre, riesce nel suo intento con una parabola sulla morte ma anche e soprattutto sul realistico riproporre i veri cardini della vita.

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Siamo in un futuro imprecisato. Il Creatore (Dio) è morto, ucciso da un’entità sconosciuta che col suo atto ha reso l’umanità intera immortale e dotata di poteri sovrannaturali: in seguito a ciò il mondo si è lentamente distrutto, andando completamente in rovina. Tre donne iniziano la scalata verso quest’entità rea in un palazzo altissimo dove regnano la morte, la pestilenza e strani fenomeni paranormali, decise a mettere fine una volta per tutte ad un mondo in disfatta, colpevole di non aver saputo gestire tanto potere. Dopo svariato tempo una delle tre riesce ad arrivare in cima alla costruzione, scoprendo l’identità del famigerato essere e…

Una dimostrazione davvero potente quella del talentuoso autore in questione. Un dramma che va oltre la semplice prova di forza visiva o filosofica, proiettando un’immagine di umanità davvero imbarazzante. Hussain qui trova il coraggio di guardarsi allo specchio per derivarne tutti i caratteri umani necessari, comprendendo non solo la necessità di una pellicola che davvero mostri il volto masochista dell’uomo, ma anche la natura di fatto stolta e pessimistica che viene rivelata dallo stesso vivente e che codifica l’esistenza stessa. Il mondo che viene mostrato è appositamente ridotto al nulla totale, gli unici esterni mostrati riprendono le primissime vicinanze del palazzo, ovvero strade deserte, con rovine dappertutto, e l’interno dell’edificio non è diverso. Le tre donne sono diversissime tra loro e le loro storie, le loro convinzioni personali saranno il pretesto per mettere a fuoco la vera essenza dell’uomo, che riesce ad autodistruggersi pur partendo da basi perfettamente stimabili. Il viaggio che loro compiono è difficile, con l’avanzare e l’avvicinarsi della cima aumenteranno i dolori e le sofferenze. La strada è disseminata di morti con gli occhi cavati per la paura di scoprire cosa li attende in cima, metafora dell’ottusa paura dell’essere di fronte alla morte. Il palazzo, nonostante da fuori appaia modestamente alto, all’interno sembra non finire mai, le rampe sono immense, e la loro infinitesimalità permette di focalizzarsi meglio sul senso intrinseco alla storia. Un film quindi ricco di richiami allegorici e filosofici, un’opera che punta molto su ciò che si cela dietro alle apparenze, e che costringe chi osserva a farsi una propria opinione, ad addentrarsi più profondamente nella lettura di ciò che contempla, perchè in definitiva di contemplazione si parla qui.

E se tutto fa pensare allo ‘Stalker’ di Tarkovskij il messaggio di Hussain si discosta da quello del russo creandosi un proprio discorso idealistico. L’esistenza è nullificata, il centro di tutto è l’uomo, ma Hussain ci ha dimostrato anche che la sua blasfemia, nell’essere più o meno visivamente scorretta, non punta al semplice mostrare ma ad una ben precisa concezione, dove l’uomo deve assumersi il preciso compito di sobbarcarsi la propria identità deleteria e malata, e mentre ‘Stalker’ analizza l’uomo rendendolo conscio ma anche più intelligente e salvabile (seppur con scarse possibilità), Hussain parte da basi pessimistiche per distrugger ulteriormente ogni tipo di speranza riguardo alla possibile crescita mentale del genere umano, in un universo che di fatto è già morto ancora prima che la pellicola inizi. E l’unico modo per attuare tutto ciò è l’autodistruzione, un’autodistruzione rispettosa e necessaria. Le protagoniste della pellicola qui sono mosse da una sete di attuazione che altro non è se non la conoscenza da post-rivelazione che le rende consapevoli di tutto quanto appena detto, della natura infame dell’umanità, e la loro ascesa verso la fine è la metafora di un pessimismo nichilista che parte da basi tanto fantascientifiche nella storia quanto aspramente vere nella realtà.

Hussain perciò si riconferma un talento magistrale, inteso come vero autore che si estranea dalla realtà rendendola per ciò che è e attuando nelle sue pellicole quello che nell’odierno andrebbe fatto. I suoi sono sempre film-saggi, che mostrano il corretto comportamento umano in maniera volutamente trasgressiva, consci quindi anche della necessità di adoperare tale modalità narrativa. Tecnicamente si nota una serie di fattori che richiamano al genere horror senza però mai chiamarlo in causa; le atmosfere dark, i dialoghi frequenti ma subissati e ingoiati dal clima generale che li rende quasi inutili, e poi le musiche costantemente tese e inquietanti. È certamente un film estremamente difficile questo, non tanto per la comprensione quanto per l’accettazione di ciò che veramente mette in atto, ovvero un tipo di violenza non più esplicita come nella sua opera precedente, ma onnipresente e dilagante proprio perché richiamata da ciò che è, e non da ciò che si scorge. Ogni tipo di genere viene completamente annullato per un’ostentazione di filosofia generalizzante che ingloba ogni altra considerazione, aspetto o espediente narrativo, lasciando sullo schermo solamente la verità massimizzata e portata a compimento.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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