The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers

mhgydha

The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers (2015) – Ben Rivers / UK

Che quello del regista inglese fosse un Cinema viscerale, istintivo ed estremamente analitico, questo lo si era dedotto già dall’immensità e dalla magniloquenza di opere come i precedenti “A Spell to Ward off the Darkness” e “Two Years at Sea”, straordinari seppur in modo diverso. Un Cinema dunque molto più intimo di quanto non possa apparire, contraddistinto da una faticosa ricerca e svisceramento di istinti umani, incredibilmente suggestivo e in fin dei conti, per quanto riguarda quest’ultima opera, davvero poco ermetico. In concorso alla sessantottesima edizione del Festival di Locarno dunque “The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers”, unica concorsa in trentacinque millimetri e approdo dell’autore al lungometraggio non documentaristico, è un’opera di straordinaria potenza, la completa fusione tra sperimentazione sonora, visiva, sceneggiativa e disumanizzazione e disgregazione dell’individuo e dei concetti di spazio e tempo. Un lavoro perciò decisamente più narrativo e quasi azzardato nei suoi intenti, che però si dimostra un efficace e riuscitissimo ritratto umano.

Siamo nel deserto del Marocco. Dopo un incipit folgorante dove viene recitato un intenso brano da un volume ed un inizio apparentemente documentaristico nel quale vediamo un regista alle prese con le riprese del suo ultimo progetto, l’opera riacquista i tipici tratti del film. Qui osserviamo le vicende di un giovane, catturato da un gruppo di trafficanti del luogo: gli viene mozzata la lingua, gli viene fatto indossare un costume interamente coperto da ferraglie di latta, lo vediamo costretto a ballare, per essere poi venduto a dei strani praticanti pseudo-religiosi. Il protagonista, ritenuto inutilizzabile e ormai disumanizzato, viene infine abbandonato al proprio destino: l’ultima sequenza lo vede fuggire attraverso il deserto, verso quella luce solare che forse gli restituirà parte della sua umanità, così sadicamente trafugatagli.

Dopo opere profondamente intime e quasi ascetiche (come le già citate) appare quasi come un ritorno all’origine, come un voler riaprire un discorso erroneamente dato per assodato, questo primo lungometraggio dell’autore britannico. Un discorso perciò dove il senso stesso del termine “uomo” viene ritrattato e innegabilmente rimesso in discussione, e ciò non soltanto attraverso la potenza del mezzo cinematografico, la spontaneità e la forza già dimostrate della regia proprie all’autore, ma anche e soprattutto grazie alla decisione di voler radicalmente sovvertire ogni canone filmico, tecnicamente ed ideologicamente. Da grandissimo cineasta qual è, Rivers si (e ci) cala in un abisso terrestre tanto sconcertante quanto di fatto inaccettabile nella propria mostruosità. Scenari desolati, quasi grotteschi, individui completamente privi di un qualsiasi senso di umanità, orribili tanto nelle sembianze quanto più nei fatti, e su tutto una fotografia sporca, coerente. Nessuna redenzione, nessun divenire, soltanto uno statico, perenne senso di sconfitta e di odio: sentimenti che dominano letteralmente la pellicola, che la possiedono marcandone a fuoco l’immenso significato.

L’essere dunque come crudele zimbello di se stesso. Ossimoro apparentemente inspiegabile, che tuttavia può essere ritenuto come il punto cardine dell’intera pellicola. Avanzando con la visione infatti ci si rende conto, o meglio ancora si diviene partecipi, di un’incipiente, devastante, convergere di vittima e carnefice in un unico punto, in un’unica definizione: quella dell’umanità stessa, quella dello squallore di un’epoca e di una mentalità, corrose dalla mancanza, che essa riguardi l’egoismo di un’intera razza o l’impossibilità di usufruire dell’intelligenza come di un bene costruttivo e non corrosivo. Ed è così, in un film che nei propri intenti non ha nulla di diverso da un documentario, che ci ritroviamo tutti quanti intrappolati come il protagonista, o “re delle ferraglie” (così chiamato in senso derisorio dai suoi carnefici) in un costume ridicolo, in una camicia di forza che rispecchia pienamente il senso di impotenza che domina il nostro secolo. Non a caso le sequenze visivamente più toccanti le troviamo proprio durante questo tratto della vicenda: osserviamo il giovane ballare davanti al fuoco, i primi piani dei rapitori ridere senza contegno. Il dramma si consuma senza ragione, senza riverenza, eppure questa è la realtà.

E se osservando l’opera nella sua completezza si potrebbe quasi notare una sorta di indecisione nel dubbio alternarsi di sequenze proprie del linguaggio narrativo ad altre dichiaratamente documentaristiche, di riprese fortemente calcate sull’archiviazione di un mondo e di tutta una serie di frammenti di vita quasi arcaici, tutto ciò svanisce nel momento in cui sembra ormai palese la volontà di unire questi due mondi cinematografici fondendoli nell’unica, irreprensibile, validità di un linguaggio dove niente rimane vuoto o non vissuto appieno, e questo fondamentalmente grazie all’incredibile contributo tecnico. Risulta infatti palese, dalla scelta di conferire all’intero apparato sonoro come a quello fotografico un ruolo primario, la decisione di far risaltare le emozioni che le immagini riprese suscitano. Così come nelle precedenti opere ritorna il culto del sentimento, del caricare l’immagine di un valore quasi sacrale, di far traspirare da ogni ripresa la solitudine di un uomo immerso nel proprio mondo così come la terribile insensibilità di una razza umana ormai votata al suicido e alla distruzione. Un’opera perciò dove le immagini parlano da sole, dove il senso stesso del riprendere sta nella dimostrazione di un Cinema indipendente, pienamente contemplativo e in tutti i sensi costruttivo: crepuscolare e definitivo.

Voto: ★★★★/★★★★★

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4 risposte a The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers

  1. Frank ViSo ha detto:

    Immenso, vorrei rivederlo all’istante!
    Tanto di cappello per l’analisi, dopo una sola visione personalmente non sarei riuscito a estrapolarne nulla di così interessante. Si vede che lo avete metabolizzato perfettamente, complimenti!
    P.S. ci pensavo già durante la proiezione, gli strani personaggi incappucciati mi ricordavano in qualmodo i templari di Amando De Ossorio… ma forse è meglio che non vi dica che genere di film realizzava costui xD
    A presto!

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    • cinepaxy ha detto:

      Grazie mille dei complimenti, pagherei per rivederlo anch’io!!
      Personalmente la passione per questo film e l’ispirazione che mi ha fornito hanno semplificato notevolmente il compito di doverne scrivere, sicuramente poi non gli ho reso adeguatamente merito.
      Riguardo ad Amando De Ossorio, da una breve scorsa in giro posso intuire il genere di film che faceva, e in effetti non sembra molto nelle nostre corde, nonostante la nostra passione per il genere horror sia innegabile.
      Ti ringrazio ancora dei complimenti, spero di vedere anche un tuo tributo a questa immensa opera al più presto.
      Saluti

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  2. giogio14 ha detto:

    Interessante analisi. Purtroppo durante il festival non sono andato a vederlo ma dopo aver letto questo articolo, vorrei averlo visto. Non sapevo che foste dei frequentatori di Locarno (io ci abito a 5 min) e vorrei chiedervi quali sono i film, oltre a questo, che più vi hanno colpiti e se magari farete altre recensioni o pubblicherete degli articoli al riguardo.
    Complimenti comunque per il sito!

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    • paxy ha detto:

      Ti ringrazio dei complimenti, gentilissimo! Questo in realtà è stato il primo anno di Locarno per noi, ne abbiamo parlato molto nella nostra pagina FB, se la visiti scorrendo indietro puoi trovare resoconti aggiornamenti live e molto altro. I film che ci hanno sorpreso a dir la verità non sono stati molti, oltre a questo citerei “Tikkun”, “Dark in the white light” (che abbiamo già recensito) e lo splendido “No home movie” (di cui uscirà a breve la rece). Grazie ancora comunque, sentiti libero di commentare quando ne avrai voglia, magari ci vedremo l’anno prossimo al Festival! 🙂

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