Central Bazaar

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Central Bazaar (1976) – Stephen Dwoskin / UK

Oltre ogni divenire, oltre il vero. Analizzare per sperimentare, sperimentare sul folle divenire, sulla pura disumanità dell’umano, di ciò che è realtà e di ciò che è finzione. Coercizione al delirio, la perdita di consapevolezza, l’illusione di una decenza; l’uomo come satiro edonico, lurido profano bestemmiatore, l’autore non più fautore ma istigatore del dissennato, e il suo operato lo specchio di se stesso. Il trionfo dell’istinto, l’anarchia sfrontata si mostra per mezzo della tragedia, del teatro, attraverso ciò che, al contrario, altro non è se non l’altare della finzione. L’ennesima provocazione che sublima l’ascesa verso la libertà di essere, l’autodeterminazione e il breve, idilliaco consumarsi dell’esistenza, tutto questo si forma e si determina in quella che a tutt’ora è certamente una delle più grandi opere mai realizzate.

Un documentario travestito da cerimoniale protratto a quasi due ore e mezza di durata che celebra, attraverso l’erotismo, il ritorno ai primordi della civiltà umana, la rivalsa degli stilemi propri delle civiltà antiche, di ciò che appartiene al primitivo e che non può non tornare ad essere. Oltre ogni possibilità, probabilmente; oltre ogni ragionevolezza, l’avvento dell’inevitabile, l’infinito ciclo dell’uomo contorto tra i cunicoli del presente e vessato dall’incedere del tempo.

Così come il lupo, nella celeberrima favola narrata ad inizio opera, soffiava portentoso sulle fragili casupole rovinandone le fondamenta, allo stesso modo Dwoskin guida, tormenta e segue ossessionato per cinque giorni consecutivi un gruppo di estranei intenti a dar libero sfogo ad ogni folle perversione fisica e carnale immaginabile. In uno scenario allestito e corredato in pieno stile tragedia greca, i personaggi, truccati come maschere dalle parvenze mostruose, fluttuano, si aggirano bramosi come sotto effetto di stupefacenti o ipnosi. Giunti al termine li vediamo riposare, osservarsi distratti, sazi, vinti. Cala il sipario.

Crepuscolo di un Cinema, alba e sigillo, trionfo artistico, politico e filosofico di un autore e del suo pensiero. Supera ogni immaginazione, si procrastina all’infinito come una spirale, si consacra all’anarchia più completa: “Central Bazaar” con l’irruenza di un tifone e la persuasione di un’inarrivabile bellezza, ci converte e ci corrompe al contempo, ci dissangua con le proprie, malvagie estremizzazioni ma ci riporta al fondo di ogni cosa, all’intima valenza dell’esistere in virtù di sé, al fulcro di ogni cosa. Riflette sull’enorme divario fra virtuale e reale, potenziale e dissennato, fantastico e concreto. Scavalca le barriere tecniche e stilistiche fino ad allora contemplate relegandosi allo stato di mera rappresentazione, folle proiezione dell’istinto umano; e tutto questo con un approccio fuori dagli schemi, impensabile ed instabile, imprevedibile, del tutto schizofrenico, penetrante e destabilizzante.

Come un incodificabile, indefinibile vortice, il suono vince la forma, quello stridulo, costante fischio sibila nell’orecchio, offusca la percezione: allo stesso modo l’universale si forma nell’occhio a partire dal particolare, la mdp stringe sui volti, sui dettagli, senza un apparente codice. La scena pullula di fantasmi, marionette dagli sguardi vuoti, quasi insensibili fatta eccezione per quell’incodificabile trasporto che li distingue. Si parte da un costrutto di base del tutto arbitraria, da un non-costrutto, dal concetto di film inteso come mezzo libertario, ridefinizione totale di ogni rapporto, concetto o stimolo, destoricizzazione del male e del bene, della sofferenza e del piacere, e solo in virtù di questo va considerata l’opera, perché questo è: al contempo morte e resurrezione di un sistema, di un’Arte, l’orgasmo che segue la libertà d’azione, la vera, definitiva messa a nudo dell’individuo, delle proprie fantasie e delle proprie paure. Una fine senza dubbio, ma anche un inizio che non può che esaurirsi in questa fine.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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