Guns of the Trees

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Guns of the Trees (1961) – Jonas Mekas / USA

Nel primo, incompiuto e probabilmente più deviante, rivoluzionario e, come affermato dal regista stesso, intimo dei lavori di Jonas Mekas, si avverte un disagio. Si avverte una debolezza fondamentale, una stanchezza, stanca ribellione che diviene resa nei fatti (seppur mai nella realizzazione dell’opera stessa). Tenendo conto di ciò, “Guns of the Trees” non è altro che una confessione, un appello disperato alla presa di coscienza, individuale e di massa, politicamente così come religiosamente e via dicendo. Il tono severo, le parole mal cadenzate: assistiamo ad una vera e propria dichiarazione di guerra, un atto rivoluzionario che intende rivolgersi alla collettività da una posizione e da un periodo storico oramai dimenticati ma illuminanti, congeniali allo scopo prefisso. È la fine, l’apocalisse, l’ultima fermata di un treno che corre all’impazzata verso il precipizio, il testamento di una generazione, di un ideale in rotta, di una gioventù che si trova a scontrarsi rabbiosamente, violentemente con l’irruenza degli anni sessanta e tutto ciò che significarono per gli States.

È il disagio che deriva dall’esserci ora, qui, ad ascoltare parole, discorsi speranzosi e discorsi sconclusionati, avvertendo al contempo la necessità di fatti, qualcosa di apparentemente impossibile realizzazione, al contrario del suicidio. Questo infatti è visto come un qualcosa di concreto, accettabile, un’alternativa palese nella quale rifugiarsi in quanto semplice ed ovvio. È il pessimismo di memoria francese, un esistenzialismo portato agli eccessi da una realtà attuale, miseramente ingolfata nei propri meccanismi sociali. Mekas, qui, filma ciò che più lo inquieta; concretizza le sue paure calandole in un contesto di vita stilizzato, puramente simbolico e volutamente abbozzato, mostrato a stralci seppur denso e carico di amarezza. E mentre voci accompagnano quelle che non si discostano troppo da rappresentazioni teatrali enfatizzate da volti e sguardi sussurrando loro delicatamente parole fortemente radicate al contesto in atto, tutto ciò che ci circonda diviene inconsistente, privo di sostanza, vacuo. Voci, suoni, ogni elemento vive di vita propria, appare e scompare a suo piacimento. Azioni vengono ripetute, alternate, anteposte a vicenda. I corpi si scontrano tra loro ora incrociandosi ora ponendosi l’uno in immaginaria opposizione all’altro.

Mekas non ha certo fatto mistero a fatti – così come a parole – dell’accento posto da sempre sull’importanza dell’esprimersi nella società attraverso un ruolo attivo e discordante dalla massa. Qui, però, a differenza di tutte quante le sue opere successive, l’ardore rivoluzionario anche interpretabile come delusione socialmente produttiva, si reinterpreta all’interno di un’opera impegnata ed onesta a trecentosessanta gradi, che fa dell’immagine stessa lo specchio d’oggi senza però rinunciare ad un’accesa vena poetica e teatrale a tratti tipica del primo Garrel (e non è il solo punto in comune questo tra i due cineasti). Film-simbolo, dunque, quello in causa, assai differente dalle opere del Mekas più noto come “Journey to Lithuania”, “Lost, lost, lost” o “As I was moving ahead occasionally I saw brief glimpses of beauty”, lavori ad impronta prettamente documentaristica e autobiografica, seppur artisticamente saturi ed impregnati di valore e sociale e umano. In questo senso la sua opera prima risulta essere la più ambigua ma altresì la più impegnata, assumendo un corpo ed un’anima estremamente maturi, rappresentativi di un’America che soffre l’inizio di una delle sue più grandi sconfitte storiche, il conflitto vietnamita, e vogliosi di riflettere, ma soprattutto di far riflettere, sul quesito ontologico relativo al perché del suicidio, un interrogativo posto senza alcuna pretesa di appagare con riscontri di qualsiasi tipo, lasciato così com’è, puro ed indecifrabile.

Voto: ★★★★/★★★★★

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