Counting

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Counting (2015) – Jem Cohen / USA

Ciò su cui riflette Cohen, in questo suo ultimo lavoro così come nel resto della sua filmografia, seppur con minor incisività, è null’altro che il presente. Ciò che è e che avviene intorno a noi affascina tanto l’autore così da portarlo ad estendere le proprie osservazioni in giro per il mondo, da Mosca a New York, da Istanbul a Londra passando per mete sconosciute il cui unico denominatore è il loro essere luogo di vita, di una quotidianità urbana scandita da passanti, timide pianticelle, gatti o macchine in caotico viavai. L’apprensione per un’idea di vissuto che si rifletta nella realtà di tutti i giorni lo porta infatti a distaccarsi qui ulteriormente da un senso di narrazione avvertito evidentemente come restrittivo e ad avvicinarsi al contrario necessariamente a tutti quegli opus e diktat markeriani come “Sans Soleil” o “Le joli Mai” ai quali infine non mancherà di rendere tributo. Ciò sta a significare che, come per il cineasta francese, tutto quanto traspare all’occhio e viene incluso nel termine realtà, altro non è che un immenso dipinto umano dai tratti somatici variabili ed innesca di conseguenza un inarrestabile flusso di pensieri (idee, concetti, ricordi, somiglianze ecc.) che ricollega un luogo ad un altro, un edificio, un movimento politico piuttosto che un cane randagio, un ponte, ognuno ad un suo simile disperso per il pianeta. Si viene a creare dunque un reticolato di idee e di concetti le cui espressioni rendono al contempo unica, preziosa ed affascinante la realtà che li contiene e li forma. Tutto questo però assume doppiamente una sua logica nel momento in cui capitoli, denominazioni e datazioni ci rendono parte di un qualcosa che non è più vago e sconosciuto ma proprio di circostanze ben precise.

Quindici capitoli con altrettanti  sottotitoli e riferimenti temporali ci fanno riflettere allora sull’apparente incongruenza dell’approccio stilistico appurato con quanto appena esplicitato. Perché eliminare ogni anonimato se il peso dell’opera gravita intorno a tutt’altri lidi ben diversi dalla cronaca o dal racconto di un determinato accaduto? Semplicemente perché, ogni luogo da noi osservato, per quanto anonimamente presentato tale non è, e conserva comunque una sua specificità che lo rende inoltre facilmente riconoscibile (si pensi, ad esempio, a monumenti e costruzioni tipiche o a tipologie di scrittura e linguaggi differenti, impronte ingegneristiche caratteristiche o tratti somatici evidentemente riconoscibili). I titoli evidenziati ad inizio capitolo possono dare un’idea generica del contesto o semplicemente esprimere uno stato d’animo o un pensiero a detta dell’autore intimamente esemplificativo.

Già dall’estasiante “Chain”, che parlava di quesiti quantomai attuali (globalizzazione, sviluppo industriale ecc.) attraverso vicissitudini personali immerse negli scenari dell’America di inizio secolo, avevamo percepito un’attenzione per l’universale che partisse però dal particolare, come se le tende di un albergo piuttosto che un tramonto, la cupola di un edificio o il litorale di una città marittima, rendessero l’idea di vissuto in quel 2015 così recentemente passato, meglio di ogni altra immagine o discorso di sorta; convinzione romantica, seppur in questa sede, a conti fatti, incisiva e decisamente azzeccata. La marcia in più di “Counting” si può affermare consista nell’incisività e nella cristallina lucentezza di ciò che appartiene al caso, al giornaliero, incodificabile trascorrere del tempo. Tempo che sembra quasi sospeso, eterno, intrappolato in quegli estatici attimi di vita che ci appartengono e ci rendono tutt’uno annientando ogni distanza. Contro ogni possibile pronostico l’opera di Cohen raggiunge uno dei massimi traguardi del Cinema documentaristico ovvero rendersi al contempo invisibile e vera, conservatrice di quella semplicità propria del presente, di quel presente da non trascurare.

Voto: ★★★★/★★★★★

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