L’Ultima Risata

Der letzte Mann (1924) – F. W. Murnau / Germania

Tra le pochissime pellicole rinvenuteci del leggendario cineasta tedesco F. W. Murnau, quella in causa resta a tutt’oggi la più concreta, la più diretta e la più azzardata. Le allora impensabili e rivoluzionarie scelte registiche che il Nosferatu aveva brillantemente rivelato (l’impiego delle luci, l’uso della cinepresa in relazione alle tecniche di regia, punti di vista ecc) si riversano qui contribuendo alla creazione di un’opera amara, severa e decisamente fuori dagli schemi. Proprio come von Stroheim, Murnau sconvolge l’industria cinematografica sacrifica la propria carriera, rinunciando alle restrizioni e ai canoni ideologici e tecnici del suo tempo. La vicenda racconta la vita di un anziano portiere d’albergo che si ritrova inaspettatamente sollevato dal suo incarico e relegato a pulire gabinetti. Preso dalla disperazione, l’uomo crollerà precipitando nella follia più totale (il finale, non voluto da FWM ed anzi impostogli, vede il protagonista riscattarsi grazie all’improvvisa eredità di un lontano zio).

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La struttura è piuttosto comprensibile ma viene messa in luce con un’abilità del tutto straordinaria dal regista, forte già in quel periodo di capolavori come il celebre ‘Nosferatu il vampiro’. Attraverso un peculiare impiego della mdp e all’accentuato protagonismo della figura cardine dell’opera (un monumentale Emil Jannings, diamante di punta dell’opera nonchè probabilmente, primo grande interprete di spessore della storia del Cinema) viene risaltata la disperazione dell’uomo messo di fronte alla cruda verità di un mondo che non ha più spazio per lui. Pur non essendo molto famoso in quel periodo, di lì a poco Jannings divenne una vera e propria star con interpretazioni come quella di Mefisto nel ‘Faust’ di Murnau o del professore innamorato della bella Dietrich ne ‘L’Angelo Azzurro’. La parabola discendente dell’uomo viene dunque descritta dall’autore con una forza d’impatto singolare, lasciando lo spettatore atterrito per la veemenza delle immagini. A questo senso indimenticabile la sequenza in cui notiamo il portiere pulire i gabinetti del bagno mentre estranei, nel passare, si soffermano deridendolo e sporcando di proposito: la disperazione è ampiamente visibile e palpabile sul volto del protagonista, inquadrato qui lungamente in posa statica. Una vicenda questa inoltre che per molti versi – in questo caso tematicamente- preannuncia  al neorealismo italiano, pensando per esempio all’operato di Vittorio De Sica e al suo  ‘Umberto D.’.

Il punto forte dell’opera si riscontra principalmente nel fascino dello stile e nella forza delle immagini. La cinepresa inquadra costantemente il protagonista, ma la sfortuna di quest’ultimo è particolarmente enfatizzata e sottolineata anzitutto dallo stile di recitazione di EJ – grandemente curato e di una raffinatezza e perizia inusuale per quei tempi – in secondo luogo dall’abilità di FWM, le cui linee immaginarie creano una convergenza centrale tipicamente kubrickiana, qui esaurita nella figura del protagonista, sempre unico punto focale.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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