Le vacanze di Monsieur Hulot

Les vacances de M. Hulot (1953) – Jacques Tati / Francia

Quarto lungometraggio del regista francese Jacques Tati nonché uno dei più apprezzati da pubblico e critica, il film è l’ultimo in bianco e nero dello stesso e si basa prevalentemente, come tutti gli altri lavori del regista, su di una critica sardonica e bizzarra, in questo caso al tipico avvenimento delle vacanze di massa estive. Annunciando l’approccio filmico che successivamente manterrà inalterato, sia tecnicamente che concettualmente, ‘Le vacanze di Monsieur Hulot’ si rivolge alla società del tempo prendendone di mira i suoi aspetti più usuali.

La trama non è ben delineata, ma si basa su un semplice susseguirsi di gag che il nostro protagonista, ovvero il regista stesso, compie una volta arrivato in una località balneare per trascorrere le vacanze. Detto questo, addentrandoci in un’analisi più speculare dell’opera, possiamo notare vari aspetti, che rappresentano poi le colonne portanti dell’opera e del cinema dell’autore francese: in primis, l’opera è praticamente muta (caratteristica portante delle opere del regista francese che sposta così il fulcro dell’attenzione sulla mimica e sulle azioni anziché su giochi verbali), per seconda cosa da notare invece che il seguente è un film completamente basato sulle azioni spesso eccessivamente caricate ed  altrettanto spesso prevedibili di Tati stesso, fattore che, assieme al ritmo lento e poco aggressivo, contribuisce a giocare negativamente sull’attenzione dello spettatore.

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Come del resto nei successivi lavori dell’autore, ma qui in maniera probabilmente più calcata, la critica che dovrebbe essere presente (ovvero il discorso relativo al fenomeno delle vacanze estive) risulta inconsistente o comunque mal ponderata, principalmente a causa delle messa in ridicolo grottesca di ogni comportamento o azione presente nel film, e ciò dunque risulta poco concreto e poco empatico (da notare inoltre la natura amena, incredibile e incitante all’ottusità delle gag).

La comicità di Tati indubbiamente segue quella praticata da Buster Keaton. Com’essa infatti si avvale della figura del protagonista, delle proprie movenze e scelte espressive, per far risaltare attraverso un mutismo costante, l’ingegnosità delle gag. Se però in ‘Giorno di festa’ l’esperimento risultava quantomeno piuttosto ben indirizzato, qui il tutto si riduce ad una ricerca stilistica fatta di scelte fuori luogo (tempi distesi, gag sterili, intreccio eccessivamente ridotto persino per una commedia). L’idea di base, le vacanze estive al mare, per come viene letta ed interpretata, non pare sufficientemente argomentata; lo spettatore fatica a formarsi un quadro comico della situazione scelta. Nel complesso l’autore gallico non convince, crolla nel tentativo di divertire prendendosi sul serio, giocando a fare il cineasta in un film-compromesso.

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Voto: ★/★★★★★

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