Voci nel tempo

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Voci nel tempo (1996) – Franco Piavoli / Italia

Un paesino della Liguria, i suoi abitanti, i suoi paesaggi. La vita che fluttua, quella di tutti i giorni, i suoi rumori, i momenti che la accompagnano beffandosi del tempo. Sussiste un’armonia indissociabile che avvolge le cose e crea un equilibrio cosmico di sinestesie, di immagini che si riescono a percepire, sguardi e suoni che (si) sfiorano in una dimensione così tanto terrena da penetrare nel celestiale. Sospesa in una superficie sconosciuta la giostra che attraversa varie esistenze mai curanti del tempo che le deteriora e le determina insieme, poiché, dopotutto, le presenze che appaiono sono invisibili al loro decorso, infiniti composti della stessa sostanza eterea.

Descrivere il Cinema di Piavoli non è poi compito tanto diverso del descrivere la vita stessa, giacché è come se le due cose andassero di pari passo, entrambe partecipi di percorsi che talvolta si intersecano e si fondono, tanto da far apparire le due cose indistinte; ed in un certo senso è così. C’è, però, una differenza sottile quanto sostanziale che le separa, ossia ciò che la prima decide di riprendere a dispetto della seconda, l’immagine di un mondo scevro da qualsiasi impurità, la messa a fuoco esclusiva di determinati aspetti reali ma altresì estranei all’inquinamento della dimensione alla quale appartengono. Così, tutto appare candido ed immacolato: semplice, naturale e quotidiano sono sinonimi di puro in un universo di esistenze innocenti dove prevale una sola grande aspirazione, quella di rappresentare la vita, essere vita.

“Voci nel tempo”, in quanto terzo di soli cinque lungometraggi, si può dire che simboleggi questa poetica dell’ordinarietà, espressa già dai precedenti lavori, specialmente “Il pianeta azzurro” che abbracciava ogni organismo vitale come parte di un solo grande disegno di vita. E anche qui vige la stessa sensibilità, lo stesso sguardo attonito, basito dinnanzi alla straordinarietà dell’ordinario, l’occhio di chi ama osservare e contemplare ciò che lo circonda senza mai stancarsi. Una prospettiva quasi anonima se si pensa al film come mezzo di comunicazione di pensiero, comunicazione che Piavoli attua per vie trasverse, percettive e viscerali. La sensazione prevale sull’idea, così facendo si rifugge da qualsiasi intento utilitaristico, alimentandosi solamente della realtà in cui si è, esprimendola nel suo lato più dolce ed angelico. Da qui l’importanza di mettere in primo piano gli eventi che costellano la vita di un paesino: l’avvento della domenica annunciato dal suono delle campane, i balli folcloristici, i tramonti, i giochi a pallone dei bambini, il matrimonio di una coppia, ogni episodio ripreso e rimirato con la stessa attenzione, come se l’importante non fosse il momento stesso, ma l’insieme di essi che ne riproduce energia, appunto, restituendo vita ad un luogo artefice della loro esistenza.

Voci nel tempo, ossia presenze di uno spazio purificatorio segnato dalla luce naturale che le confonde facendone un tutt’uno categorico, una sola entità espressa da riflessi di raggi luminosi. Colori come specchio dell’anima, immagini come versi di un poema lirico, strofe di un enorme inno all’amore, quello per tutte le cose, quello universale. Di questo, dunque, respirano le opere di Piavoli, così ordinarie eppure così straordinarie nel riprendere la consuetudine nei suoi gesti, sguardi, rumori che ne fanno qualcosa di unico, un’elargizione sacrale.

Voto: ★★★★/★★★★★

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