Barone Olavo, l’orribile

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Barão Olavo, o Horrível (1970) – Júlio Bressane / Brasile

A ventiquattro anni Bressane già riflette con maturità sul mezzo cinematografico e sulla realtà che lo circonda; come e meglio dei suoi illustri compagni trasmette infatti una vena indignata, folle, instabile nei suoi lavori. Tra le tante cose proprie del suo metodo di lavoro utilizza il corpo femminile come metafora di corruzione e degenerazione di un presente in evidente rotta di collisione, di un paese alle prese con un dislivello sociale sempre più insanabile. Terzo lungometraggio girato nel medesimo anno nonché primo a colori, “Barone Olavo, l’orribile” sceglie però di virare spostando l’attenzione su tematiche prettamente legate alla materia cinematografica tralasciandone o non approfondendone altre ben più care ad autori (suoi colleghi all’interno del cosiddetto Cinéma Nôvo) come Glauber Rocha e Nelson Pereira Dos Santos, ovvero criminalità, siccità ma soprattutto la povertà nelle favelas, in quella fascia settentrionale del Brasile più colpita da tali fenomeni.

Quella raccontata dal cineasta è invero una storia apparentemente e di fatto non tale, o almeno non tale nel senso proprio del termine. In una modesta villa borghese osserviamo infatti singolari personaggi dare vita ad ancor più singolari rituali: tra questi un barone (che dà nome all’opera) con la passione per l’omicidio e la necrofilia e due donne dagli incontenibili impulsi saffici. All’interno di questa cornice i più disparati ed incomprensibili atteggiamenti, cosa che darà vita ad una giostra alienata dove la parvenza dell’atto sublima un binomio audio-visivo non trascurabile, e proprio intorno a ciò ruota l’intera pellicola.

Come infatti per altri film precedenti o addirittura contemporanei al suddetto (“Uccise la famiglia e andò al cinema”, “L’angelo è nato”, “Attenzione Madame”…) l’essenza della pratica bressaniana consiste fondamentalmente nello stravolgere il comune senso di logica attraverso la creazione di una realtà inconcepibile, grottesca, che fa dell’ironia un’oscura arma di seduzione ma anche e soprattutto uno strumento di analisi del presente, basti pensare ad una scena più volte ripetuta nel corso dell’opera dove osserviamo una delle due giovani protagoniste intenta ad inscenare in maniera teatrale, cadenzata ma mai goffa il proprio suicidio sul terrazzo della villa protagonista degli eventi. Si parla di reiterazione, di uno studio spesso osservabile sulle dinamiche e sulle possibilità di coesistenza e validità del sonoro applicato e sincronizzato al gesto, nient’altro quindi che il rinnovamento di una gestualità che valorizzi e venga valorizzata assumendo più forme ed espressioni di quella comunemente intesa, lavoro che però, purtroppo, include una reiterazione compulsiva suggerendo l’impressione di un ordine caotico e svilente nei confronti del quadro tematico presentato.

Un Cinema che si avvale appieno dei canoni sperimentali, un composto di pratiche che si accostano all’approccio appena suggerito differendo per interpretazione dei fenomeni. Tuttavia, come detto, l’interpretazione tecnica conferita all’opera da JB punta gran parte degli sforzi consumati sull’utilizzo di una direzione frenetica, estraniante, una sorta di anti-narrazione che renda l’evento un’esperienza quasi epilettica, insostenibile, un gesto rivoluzionario non troppo dissimile dalla celebre lacerazione oculare del bunueliano “Un Chien Andalou”. Prescindendo da ciò, le limitazioni addebitate in questa sede al Cinema di Bressane restano prevalentemente di carattere personale oltre al non citato proporsi di un’opera più nel proprio volersi mostrare interessante che nel valorizzare determinati concetti o punti di carattere e politico e tecnico/stilistico che dir si voglia. Un’interpretazione che, insomma, non si confà ai sottoscritti: incerta e, forse, nonostante le apparenze, inconcludente e narcisista.

Voto: ★★/★★★★★

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