Umberto D.

Umberto D. (1952) – Vittorio De Sica / Italia

Film chiave del Neorealismo italiano, ‘Umberto D.’ è la storia di un anziano pensionato costretto a confrontarsi con una serie di disgrazie una più tragica dell’altra. Anche qui, come in ‘Ladri di biciclette’, a salvare il protagonista sarà l’affetto di chi gli sta accanto; tacitamente, un piccolo gesto che ci ricorda quanto valga la pena di vivere pur nella miseria. Ciò nonostante l’autore più volte Premio Oscar impiega toni solenni chiarendo fin da principio che quella a cui assistiamo è un’allegoria in poco differente dalla realtà, un dramma struggente che, in un crescendo di angoscia, si spinge senza sosta verso apici di degradazione mai visti al Cinema, un po’ lo stesso discorso che, quasi trent’anni prima, metteva in luce ‘L’ultima risata’ di Murnau.

L’opera di De Sica concepisce quindi la sfera sociale dei meno abbienti, delle persone comuni, come una lotta continua per la sopravvivenza. Una lotta contro l’analfabetizzazione, la mancanza di istruzione quindi, contro la vecchiaia in questo caso, contro la povertà, l’egoismo e l’avidità di chi non guarda in faccia nessuno, dimenticando il valore di un gesto di umanità, seppur modesto. Dalla perdita dell’appartamento al ricovero, dalle sempre maggiori ristrettezze economiche alla meschinità altrui fino al terrore di ridursi ad atti di mendicanza, sarà lo smarrimento del cagnolino, unico suo compagno, a ricondurlo alla ragione riaprendo ad un barlume di speranza.

Quello del duo De Sica-Zavattini è un lavoro che indubbiamente fa leva sul malcontento spingendo verso una concezione sociale fin troppo esageratamente melodrammatica. Quella che osserviamo è una Roma attiva ma individualista, rigogliosa eppure elitaria, drammatica e ancora una volta drammatica. Sottolineando le grandi disuguaglianze, i gap tra ceto e ceto, tutto qui pare dunque ricondurre ad una visione sì ristretta ma non per questo fittizia del contesto dell’epoca. Se poi pensiamo ad una possibile resa tecnica ci accorgiamo di quanto il film non si discosti poi molto da quelli che sono i canoni neorealisti.

In un crescendo drammatico, l’evento viene sottolineato, prolungato e intensificato il più possibile, osservato da un punto di vista unico che è quello della vittima oppressa dal mondo esterno. Carrellate come quella della celebre rincorsa della Magnani in ‘Roma città aperta’ già avevano fatto scuola. In questo senso VDS perde qualcosa nel raccontare un Paese che non è più quello oppresso dal fascismo come nel decennio passato: cambia la causa prima, cambia la società italiana, nel frattempo cresciuta e maturata. Ciò che conta è che, a conti fatti, ‘Umberto D.’ sia un film di grande pregio, un’opera d’arte raffinata, straordinariamente coinvolgente e, nel bene e nel male, vera, tangibile, forte e sentita.

Voto: ★★★★/★★★★★

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