La natura delle cose

La natura delle cose (2016) – Laura Viezzoli / Italia

‘La natura delle cose’. Di ciò che appare, il disagio per una vita protratta fino ai minimi termini, e di ciò che al contrario risiede in quel luogo immaginario che è la coscienza, l’io pensante di un uomo affacciato al baratro della morte, malato, ancora vivo. Uomo che, nonostante tutto, ci racconta ancora cosa lo commuove, cosa lo determina nei suoi ultimi, stanchi giorni. E come un astronauta egli vaga col pensiero nell’immensità dello spazio, confessandosi, aprendosi a noi, percorrendo quei sentieri mai solcati dai quali non si fugge, affrontando la morte, l’inarrestabile cadere di quelle ventun lettere sempre più lontane, inafferrabili. Tra realtà e fantasia, documentaristico e sperimentale, quest’opera visionaria, presentata Fuori Concorso alla sessantanovesima edizione del Festival di Locarno, esplora i limiti e le possibilità della mente in un dialogo epistolare che traspone in parole ed immagini di una bellezza commuovente ciò che più temiamo, assistere inermi e consapevoli alla nostra stessa sconfitta.

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Dal profondo legame tra la regista trentacinquenne Laura Viezzoli ed il protagonista Angelo Santagostino, ex sacerdote affetto da SLA e costretto a comunicare su di una tastiera grazie ad un proiettore oculare, nasce l’opera in causa. Ricordi e considerazioni di una vita, rievocazioni delle esperienze passate per tentare di rivivere il tempo, evadere dal momento, perché non vi è altra via. Tuttavia permane la coscienza e fuggire dal presente non sempre è possibile, forse non lo è mai. Allora si contano i secondi, si fissa la parete nel dolore dell’immobilità al quale si somma lo spasimo di un’attesa che pare infinita, qualcosa di impossibile da accettare, tanto meno da comprendere; non resta altro che il sogno di riottenere possesso delle mani, anche solo per un attimo, così da riuscire a strapparsi il tubo che costringe alla vita un corpo ed un’anima impossibilitati a vivere.

Certo, un film amaro, doloroso, eppure un film che nel suo mostrarsi svela una poesia, un coraggio ed una lucidità disarmanti; quella della Viezzoli è una prospettiva analitica quanto quella del Mettler di ‘The End of Time’, dall’essenzialità primordiale della Akerman di ‘No Home Movie’. E anche qui non vi è alcun particolare sviluppo narrativo o strutturale nel corso del documentario, piuttosto si nota la volontà di riflettere non tanto sulla malattia e tutto ciò che la riguarda (la condizione del malato, la sua terminalità, l’eutanasia come scelta morale) quanto più sull’esperienza che è la vita, sul valore delle cose, dei momenti che la riempiono. E qui interviene lo spazio come mezzo per restituire l’idea di infinito: riprese di astronauti (filmati d’archivio della NASA) in assenza di gravità accompagnano costantemente il dialogo Viezzoli-Santagostino, prevalentemente un monologo di lui, che altro non è se non un’esplorazione ai confini dello scibile per digredire, in parte, dalla quotidianità della malattia e dalla sua progressione, ma soprattutto per istituire una dimensione alternativa che non risponda ai requisti terreni, ai limiti che comportano il tempo e la materialità. Così, viene annientata l’impotenza del reale, perché laggiù, in quel limbo al di fuori di ogni possibilità, non si può essere privati di alcunché. A faccia a faccia con l’eternità, persiste la voglia di vivere, una luce che pian piano si dirada.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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2 risposte a La natura delle cose

  1. sara santagostino ha detto:

    Laura e mio padre…..un anno di vita comune con un obiettivo….due obiettivi in realtà che hanno trovato la loro conclusione in questi 68 minuti. Sono troppo di parte per fare una critica a “LA NATURA DELLE COSE” ma conoscevo e conosco la mia famiglia e questo progetto mi ha permesso di conoscere Laura e di averla nella mia vita…il 10 agosto alla prima ho ricevuto il regalo più bello che si possa ricevere in una vita! Prima la malattia della mamma e poi quella del papà ci hanno permesso di vivere la quotidianità del decorso e della profonda sofferenza che molti uomini e molte donne devono affrontare. Nella lucidità che lascia la SLA non c’è giorno in cui non si impara qualcosa di nuovo, in cui non si scopre la forza della vita e dell’uomo, il coraggio di cui siamo capaci e della disperazione che può invadere il nostro spazio e il nostro tempo. La forte spiritualità di mio padre e la sua infinita profondità trovano vita nel lavoro di Laura. Rivedere quella quotidianità, ancora una volta, mi ha dato conferma della grande fortuna che io e mio fratello abbiamo avuto. Una fortuna che non è per tutti ma che si può raccontare e donare con la speranza che se ne possa fare tesoro.

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    • paxy ha detto:

      La ringraziamo di cuore del commento. Probabilmente non si può nemmeno immaginare l’esperienza che ha vissuto suo padre, né quella che ha vissuto lei, possiamo però dire che quella vissuta da noi durante la proiezione è stata forte, molto forte. Il 10 agosto è stata una fortuna essere lì presenti, potersi emozionare grazie al film, e di questo non possiamo che essere grati a voi ed a Laura.

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