No Home Movie

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No Home Movie (2015) – Chantal Akerman / Belgio

Filmare per riprendere la vita, registrarla così da poterla ingabbiare in qualcosa di definitivo, d’indelebile; una vita in questo caso strettamente specifica, quella di Natalia, madre della Akerman ed immigrata polacca sopravvissuta ad Auschwitz, vista qui prettamente in veste materna ancor più che umana; ecco che gli ultimi giorni di vita della donna vengono racchiusi e salvati attraverso l’uso di una semplice videocamera, così che restino presenti per sempre nella maniera più pura possibile, lontani dalla finzione, lontani da ogni minima distorsione del reale: ciò che permane infine è il vuoto, il silenzio dell’oscurità. Nessuna persona, nessuna dimora.

Uno spazio che soffoca in tutta la propria vacuità fortemente esistenziale, uno spazio che rimane comunque ben distante dalla sterilità emotiva, e che ancora una volta si dimostra d’importanza capitale nel Cinema dell’autrice, così come il tempo. Ma c’è qualcosa che va oltre entrambi, tempo e spazio, un legame d’intimo affetto profondamente radicato nella vita delle due donne, Chantal e Natalia. E come se la prima sentisse la perdita imminente della madre, provando il bisogno di dedicarle un gesto di un’umanità tanto pura e genuina da apparire quasi ultraterrena, da questo desiderio quindi, nasce “No home movie”, qualcosa di più che un semplice omaggio alla madre: una magnifica prova artistica che trova forza nella semplicità dei gesti dimenticati, nella trasparenza di un rapporto, quello tra madre e figlia, dal quale ne scaturisce una dinamica di un’essenza troppo autentica per non farsi vivere e per non lasciare un amaro senso di vuoto.

Poiché nel film vi è appunto un’attenzione maniacale a far apparire tutto per ciò che è realmente, relegandosi in questo modo in una dimensione estremamente verosimile e mai contraffatta. La prospettiva di ripresa diviene quindi ancora una volta coprotagonista della vicenda, sempre molto premurosa nel delegare un alto livello d’intimità a Natalia, nonostante poi la sua presenza copra quasi la totalità del film. E con quest’operazione si capisce il lavoro della cineasta belga non voler essere un documentario sugli ultimi giorni di vita della madre, né tanto meno un’analisi del succedersi dei tempi (come potrebbe far pensare la tecnologia vista come mezzo di soppressione dei confini interpersonali), piuttosto una riflessione sull’essere soli, ancor più che sulla solitudine stessa, così da vivere quest’ultima in prima persona e poter sentire il bisogno del prossimo, sentire la mancanza come seme di sofferenza, come sintomo di un malessere che assorbe sempre più la linfa vitale.

Ma allo stesso tempo un ritratto della senilità, di cosa significhi e di cosa comporti essa stessa, realizzato però con un approccio decisamente differente da quello che poteva avere il Bergman de “Il posto delle fragole”; quello della Akerman infatti appare molto più viscerale ed istintivo, sebbene in fin dei conti la messa in scena non risenta affatto di ciò, ed è proprio da questa impulsività che si crea il punto di forza del film, in maniera del tutto straordinaria poiché in effetti parrebbe impensabile riuscire a non fare scontrare quest’ultima con l’efficacia delle immagini. Eppure tutto appare così e funziona su questa apparenza, sincera ed inalterata, costruita (se di costruzione si può parlare) sulla stessa naturalezza che permette il passaggio verso spazi in prima vista vaghi ed incerti, ma in realtà molto ben precisi e ponderati nella loro valenza simbolica. Ora la ripresa interminata di un albero spoglio straziato dall’insistenza del vento, acquista significato quando posta in parallelo alla condizione di Natalia; allo stesso modo poi si possono interpretare le sequenze dinamiche dove il deserto diviene padrone della scena, e grazie ad una magistrale messa in pratica del montaggio formale riesce ad evocare irrefrenabili sensazioni di solitudine ed angoscia.

Anche questa volta lo stile autoriale della Akerman si riconferma prediligere il silenzio come forma principale di comunicazione. Perché nonostante si tratti di un film per lo più dialogato vi è sempre un muto frastuono a pervadere la scena, riuscendo a palesarsi grazie esclusivamente a quell’indecifrabile armonia nata dalla fusione tra la ripresa e il suo oggetto, la stessa che preesisteva già dai lavori del suo periodo d’oro (vedasi per esempio “News from home”) ma che pareva ormai scomparsa del tutto.

Una splendida sorpresa anche sotto questo punto di vista dunque, l’ultimo lavoro di una delle cineasti più interessanti del panorama sperimentale e non solo. E questo No home movie si può infatti vedere come un proseguimento del percorso di ricerca stilistica iniziato più di quarant’anni prima, volto a rappresentare lo stato d’animo umano in maniera quanto più possibile incontaminata e dalla riuscita spesso eccezionalmente potente dovuta proprio a tale rarità. Siamo quindi di fronte all’apoteosi di una poetica, l’effigie perfetta di un sentimento di attaccamento primordiale, quello diretto alla propria madre, la stessa che svanisce progressivamente assieme al film; tanto più la prima si avvicina alla fine, tanto più s’incupisce lo spazio ripreso: e così, un atto di amore sconfinato, si tramuta in metafora visiva, il mezzo si schiavizza rivelandosi unicamente come varco per riprendere la vita, e (ri)dimostrandosi in costante inseguimento di quest’ultima. Cinema vitale dunque, quello della Akerman, Cinema che si serve di se stesso per riprodurre la natura degli eventi, e abbattendo i canoni convenzionali si ritrova forzato a sussistere in maniera minimale: Cinema senza casa e senza tempo, senza paragoni.

Voto: ★★★★/★★★★★

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5 risposte a No Home Movie

  1. Pietro Le Gars ha detto:

    “Filmare per riprendere la vita…”, “Cinema vitale…Cinema senza casa e senza tempo…”…l’ inizio e la fine perfetti per una recensione completa e sentita che, soprattutto con quell’ apertura e chiusura, ha particolarmente colpito il sottoscritto;) Oramai credo che questo ”No Home Movie” sia il film che più attendo e per cui ripongo aspettative altissime. Della Akerman ho visto soltanto ”Je, Tu, Il, Elle” e ”Jeanne Dielman”, ma la regista belga con quei due lavori mi ha veramente impressionato.
    Nel pc ho anche ”La folie Almayer” ma devo ancora vederlo…voi l’avete visto? se sì, cosa ne pensate? E inoltre, quali sono per voi le altre visioni imprescindibili nella filmografia di Chantal?
    Grazie e ancora complimenti, ho letto con piacere la vostra analisi 🙂
    Ciao!

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    • paxy ha detto:

      Wow, grazie davvero Pietro! È sempre molto difficile trovare le parole giuste per aprire e chiudere discorsi su film di questo spessore, spero di aver reso anche solo la minima parte di quello che ho provato durante la visione e le tue parole in questo senso mi appagano molto, grazie ancora! 😉 Noi della Akerman non abbiamo visto moltissimo ma abbiamo l’impressione che vada approfondito più che altro il suo periodo d’oro (gli anni 70′), perciò pur non avendo visto “La folie Almayer” mi fiderei di Frank. Per il resto se hai già visto JD e “Je, tu il, elle” ti consiglio “News from home”, molto bello e intimo (lo trovi facilmente su YT).

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  2. Frank ViSo ha detto:

    Ottimo pezzo ragazzi! Il tempo trascorso dalla visione è certamente servito a metabolizzare al meglio un’opera di tale calibro, e i risultati appaiono chiari in questa vostra analisi, semplicemente perfetta ed esauriente sotto tutti gli aspetti. D’altronde, conoscendo il tema portante, già tra i rami di quell’arbusto, scosso, nella prima sequenza (che reputerei ormai d’antologia) credo fosse impossibile non coglierne l’emotività dell’autrice. E lo si è visto anche sul palco… che giornata!. Corretto ovviamente il riferimento a “News from Home”, e soprattutto azzeccato il parallelismo tra il naturale deperimento della madre e al contempo dello lo spazio esterno (il deserto), ripreso sempre più tumultuosamente, quasi fino a una disintegrazione dell’immagine stessa; una cosa che mi è rimasta fortemente impressa, infatti, quegli improvvisi lampi di luce bianca verso la fine…
    Alla prossima!

    P.S. @Pietro: se posso permettermi, lascia perdere “La folie Almayer”, nulla a che vedere con lo stile della Akerman qui (e nei Settanta) affrontato 😉

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    • paxy ha detto:

      Grazie mille Frank, la rece non mi soddisfa pienamente ma d’altronde è pressoché impossibile riuscire a rendere merito ad opere simili. Fai bene a parlare di emotività, perché forse è proprio questa la sostanza di cui vive il Cinema della Akerman, sempre così spontaneo ed estremamente intimo. Mi pare di capire che avresti cose molto interessanti da dire anche tu a riguardo, ma forse, vista anche la breve analisi fatta nei tuoi resoconti, non ne parlerai nel blog…mi sbaglio?

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  3. Frank ViSo ha detto:

    In effetti non ti sbagli, pensieri sul film da stendere non mancherebbero, ma sento che in merito a tale opera è giusto aspettare il tempo di una revisione. E poi credo d’essermi già svenato con JD… 😉

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