Il Colore del Melograno

Sayat Nova (1968) – Sergei Parajanov / URSS

Nella raffinatezza dello stile, di un’approccio che parte dalle radici della cultura armena estremizzando uno sguardo sempre più visionario, Parajanov vi scorge un mezzo per esprimere la propria concezione di Cinema. Le sue opere sono tele imbrattate di una moltitudine di colori, le sue pellicole narrano di imprese amorose, viaggi epici, biografie di antichi uomini di mondo, donne fiere e innamorate. Eppure in tutto questo non si può certo dire che sia la narrazione a prendere il sopravvento, tutt’altro. I film dell’autore, e ‘Il colore del melograno’ più di ogni altro, sono esperienze irripetibili in mondi ultraterreni, straordinari, percorsi onirici dove a prevalere è la percezione emotiva ricavata dagli accorgimenti stilistici adottati.

Siamo di fronte a Cinema anti-narrativo per eccellenza, categoricamente e perentoriamente anarchico, intento che caratterizzerà le opere seguenti dell’autore; tuttavia si può dire che la seguente pellicola esponga le vicende di un trovatore armeno chiamato Sayat Nova (dal quale prende il nome il titolo originale dell’opera) dalla nascita fino agli ultimi giorni della sua vita, il tutto con uno stile e una tecnica unici e inconfondibili.

La straordinarietà di questo stile tanto pregevole e originale consiste proprio nel proporre immagini statiche tese alla suggestione e all’evocazione degli stati d’animo, puntando a ridurre l’uso della parola e introducendo e argomentando sulla base di allegorie, fantasie surrealiste, ambientazioni fantastiche sovente accompagnate da musiche tipiche del folclore armeno: grazie a tutto ciò, assistendo cioè all’evoluzione del protagonista, si diventa parte di un disegno che trascende il soggetto stesso diventando pura e semplice opera d’arte: un’opera nell’opera.

Nello sfoggio di un mosaico che riesca a penetrare la visione in tutta la sua natura screziata e ipnotica, risultano cardinali l’impiego del montaggio e la staticità della ripresa che, proprio a grazie all’immobilità, si annulla, aprendo allo spettatore la possibilità trarre una propria interpretazione da ogni singola sequenza. Altrettanto importante è poi l’utilizzo perfettamente studiato dell’elemento cromatico all’interno della pellicola: il rosso del succo del melograno che imbibisce un telo, il sangue che sgorga dei montoni sacrificati, il succo dell’uva pigiata, le tinture dei tessuti, il diffondersi dei fluidi spremuti e aspersi: tutte metafore forti di una grande potenza evocativa.

Da ricordare che, nonostante il budget ristretto a disposizione e gli osteggi della censura sovietica (perennemente in ostacolo all’opera dell’autore, in quanto presumibilmente sovversiva), Parajanov riuscì a completare l’opera, della quale, oltre alla regia, curò anche sceneggiatura, scenografia e costumi, in questo senso si spiega il perfetto equilibrio strutturale del film.

Voto: ★★★★/★★★★★

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