Hema Hema: Sing Me a Song While I Wait

Hema Hema: Sing Me a Song While I Wait (2016) – Khyentse Norbu / Bhutan

C’è un’immagine che sfugge letteralmente in ‘Hema Hema: Sing me a Song While I Wait’ del regista butanese Khyentse Norbu ed è quella contenuta nel titolo dell’opera, l’attesa. Un’attesa che sfugge volutamente, che si incastra nel bel mezzo di due tempistiche ben determinate, due frammenti uniti dal ricordo di un dramma; di quella vergogna della quale il protagonista fa la propria condanna. Si può dire dunque che sia il mistero a segnare la vita del giovane, quell’inatteso imprevedibile che, di un semplice scambio di maschere, fa di una vita un vero e proprio giogo, ventiquattro anni di dolore e di tortura. A questo senso è geniale l’incipit che, incomprensibile fino agli ultimi attimi, mostra una donna volto e incarnazione di un’onta indelebile. Ma non è questo in fin dei conti a stupire maggiormente dell’opera in causa. Sembra infatti che ogni cosa, ogni scena, ogni volto, persino ogni emozione, nel suo proporsi venga investita da un fascio di luci di una bellezza radiosa, di quel rosso acceso che si fonde col tramonto sfumandosi in un arancio caldo e denso come l’anima del ragazzo. Immagini di una bellezza toccante.

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Un ragazzo si ritrova parte di un gruppo di prescelti che, ciascuno indossando una maschera, dovrà sottostare per un lasso di tempo di imprevedibile durata ai fondamenti di un misterioso ordine di saggi. Prerogativa necessaria: non svelare la propria identità. Una notte tutto cambia, uno scambio di maschere ed il protagonista si ritrova ad avere un rapporto sessuale con una ragazza a lui estranea. La vita distrutta, consumata dal dolore, molti anni dopo egli torna nel luogo a lui un tempo familiare per scoprire l’identità della figlia nata da quel fatidico rapporto.

Attimi di danza, di rituali e cerimoniali, echi di un mondo lontano che inneggiano ad un ideale di libertà superiore ad ogni cosa, inestinguibile falò che punisce l’inottemperanza glorificando un concetto di uomo e di giustizia ancora incomprensibili. Da qui la maschera come espediente per l’istituzione di una comunità di anonimi, senza soggettazione né individualità, ma altresì la maschera per proteggersi da se stessi, dalla propri identità. Si entra così in un gioco di ruoli la cui posta è la vita propria e quella altrui, ci si conforma ad un’alterità prescindendo da ciò che si era, quasi come il rito fosse una via per risorgere in un’altra vita, una possibilità per ricrearsi e fuggire dal dovere sempre riconoscersi. Non c’è più bisogno di adeguare la propria entità ad un’identità, la propria essenza alla materia, conformarsi ad un precetto significa in un certo senso escluderlo, negarlo assoggettandocisi, in questo caso riplasmarsi di nuova consistenza.

Avvolti in quell’oscurità, chiusi in quella fitta boscaglia verdeggiante e interminabile, Norbu ci mostra un mystery dalle tinte fosche, riflessive. Un mystery dai tratti filosofici che svela le proprie carte lentamente, assoggettando lo spettatore al contesto, saturandolo di moralismi inafferrabili: calandolo con incredibile audacia nel bel mezzo di svolgimenti folli e rumorosi (danze, discoteche, corse frenetiche) così come ascetici e puramente contemplativi. È la ricreazione di uno scenario che sottolinei ed amplifichi le sensazioni del momento. Quel blu scuro proprio della notte a cielo aperto cozza volutamente con una vastità di colori variopinti tra i quali spiccano il rosso e l’arancio, creando un alternarsi cromatico affascinante e visivamente sublime, persino quando la mdp stringe sui volti per congelarne la necessità (come nella scena finale dell’opera, lo scambio di sguardi in continuo messa a fuoco e rallenty tra il protagonista e la presunta figlia). Se dunque non si può glorificare quest’opera per la sua unicità, almeno in questa sede la si può ritenere a conti fatti un lavoro saggio, analitico, esteticamente avvincente e dai toni solenni, profondi e di rara intensità.

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Voto: ★★★/★★★★★

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