Mundane History

Jao nok krajok (2009) – Anocha Suwichakornpong / Thailandia

Un attimo, prendiamoci un attimo per riflettere. Pensiamo a qualsiasi cosa: un’idea, un ricordo, un desiderio. Passato, presente, futuro. Esistono frammenti di vita sparsi per la galassia, in tutto ciò che ci circonda, piccole particelle molecolari che gravitano intorno a noi pronte ad esplodere. Un sottile strato di apatia rincorre e abbraccia i protagonisti, fragili come foglie d’autunno incalzate dal vento vediamo i loro sguardi abbassarsi, gli occhi fissare immobili il cielo in cerca di risposte. Così come nell’ultimo, ottimo prodotto della Suwichakornpong ‘By the Time it Gets Dark’, tutto ciò che è contenuto in ‘Mundane History’ subisce ad un certo punto una svolta, si rivela come una meteora, improvvisamente impregnato di filosofia come osservazione dei fenomeni quotidiani e ricerca di una chiave atta a spiegarli, racchiuderli in una logica universale: un anti-ansiogeno.

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Sotto le false sembianze di un ridotto nucleo familiare (una modesta dimora, una vita che scorre monotona ed irreprensibile), si annida un dramma esemplare, un giovane privato della propria libertà. Le ali tarpate (in questo caso, una paralisi quasi totale), tutto ciò che rimane ad Ake è il silenzio, il ritiro, annidarsi tra le quattro mura della propria stanza osservando, riflettendo sul senso della propria esistenza, sul suo posto nel mondo. Lo stretto legame che instaurerà col proprio badante gli aprirà nuovi orizzonti di pensiero, nuove alternative, portandolo a riconsiderare ogni convinzione passata.

Immagini di vita, di ciò che scorre e che vediamo crescere sino a perire. Immagini dal tatto e dalla raffinatezza uniche, complementari l’una con l’altra come le due diverse sezioni che compongono l’opera, opposte sia stilisticamente che ideologicamente parlando. Eppure c’è qualcosa che commuove e che delizia allo stesso tempo nella tetra tristezza di un ragazzo perso all’ombra della propria disgrazia. È infatti come se si volesse snaturare la vicenda, privarla di consistenza per sottolinearne i risvolti psicologici o meglio ancora filosofici più che quelli meramente materiali. Nient’altro che la confessione di un corpo immobile che insegue l’atarassia totale domandandosi al contempo il motivo di tale operazione comunque necessaria. Perché, se il futuro non esiste, che senso hanno il passato ed il presente? Perché la mancanza di una non preclude la continuità delle altre?

La semplicità dell’intreccio qui non fa altro che inginocchiare di fatto il costrutto di base agli intenti registici, porre la metafora come chiave e il protagonista Ake la sua unica serratura. Da ciò ne consegue un approccio registico ammaliante, seducente, incodificabile quasi in tutta la sua imprevedibilità. Opera inclassificabile, ‘Mundane History’,  stratificata, agglomerato di stili ed intenti diversi tra loro e frutto della mente di un’autrice tra le più originali e valide degli ultimi anni. Le immagini parlano da sole, le sensazioni si fondono e alternano a vicenda. Vedere per credere.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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