Interiors

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Interiors (1978) – Woody Allen / USA

Esordio al drammatico del cineasta americano e suo primo film come solo regista, “Interiors” è la profonda manifestazione dei problemi psicologici dell’uomo e della sua impossibilità di comunicazione. Riprendendo a piene mani il suo idolo Bergman(in particolare in opere come “Sinfonia d’autunno”), Allen costruisce qui un sapiente quanto complesso reticolato emotivo di un nucleo familiare, focalizzando l’attenzione su Eve, madre di tre figlie che, lasciata dal marito e instabile psicologicamente, finisce con l’inevitabile tracollo emotivo, concludendo così il film in maniera improvvisa, lasciando ogni altra situazione in sospeso.

Vista attraverso i racconti-sfoghi di una delle sorelle, interpretata dall’ormai rodata quanto eccellente Diane Keaton, e scorsa parallelamente come osservando dal buco della serratura le emozioni e i pensieri repressi degli altri personaggi, la pellicola dimostra le grandi doti di narratore del comico statunitense che, come spesso nelle sue opere, mostra un occhio di riguardo nei confronti dei problemi di coppia e dei freni personali, che si manifestano qui come difficoltà di espressione di sè stessi e dei propri traumi. La difficile situazione familiare e il conseguente divorzio dei genitori sono i problemi che causeranno il crollo psicologico dei personaggi. I protagonisti dei film alleniani infatti, lui per primo compreso, sono spesso impossibilitati a rapportarsi con il prossimo causa problemi personali di comunicazione che si manifestano volentieri in nevrosi e idiosincrasie quasi sempre fonti di ridicolo, qui invece il nucleo della drammaticità del film.

Sotto il profilo della resa tecnica è netta la ripresa del raffinato estetismo bergmaniano, che basa gran parte degli sforzi sulla messa in scena: ampi e disadorni interni, frequenti primi piani, lunghi piani-sequenza, totale assenza di musica, parallelismo allegorici volti a raffermare gli stati d’animo del momento e soprattutto basilare importanza data alla recitazione. Il cast del film in causa è davvero consistente e conferisce una forte credibilità ai ruoli. Dall’esperta veterana Geraldine Page alla moglie del regista, passando per buoni caratteristi del calibro di Maureen Stapleton.

Ma come appena detto il grande pregio dell’opera è la perfetta armonia tra il consistente lavoro, psicologico e interiore, e la superba resa stilistica. La fotografia è a riguardo uno dei perni di Interiors. La raffinatezza degli stimolanti ambienti di sfondo, come quelli della casa sul mare aiutano in questo senso. L’assenza di suoni conferisce un’aura di cupa disperazione alla vicenda, dando l’impressione generale di assistere ad una tragica rappresentazione di marionette, dove i protagonisti vanno sadicamente incontro al proprio destino scontrandosi tra loro e accumulando dolori e tristezze. E’ infatti la realisticità dei ruoli che rafforza la pellicola. Il tangibile egoismo del padre che abbandona la moglie malata perchè desideroso di rifarsi una vita, il disperato attaccamento alla madre di una delle sorelle, che proprio da lei si sente rifiutata, ed i suoi sforzi per cercarsi un talento che non possiede sono solo alcune delle problematiche presenti.

Il valore del film è perciò fuori dubbio, solamente esso risente dell’eccessiva ripresa dal maestro svedese, il che rende l’opera molto meno alleniana di altre dove l’americano esprime meglio la propria ideologia con altrettanta bravura, come in “Mariti e mogli”. Un film di detto e non detto, una piaga aperta che non vuole moralizzare ma semmai mostrare il più correttamente possibile; un’analisi umana degna di nota alla ricerca di sè stessa, del nostro interiore; l’Interiors appunto.

Voto: ★★★/★★★★★

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