La signora di Shanghai

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The Lady from Shanghai (1947) – Orson Welles / USA

Al suo quarto lungometraggio il glorificato regista statunitense torna protagonista con un noir d’atmosfere, teso, cupo e tragico, dove il gioco d’identità, tema prediletto dall’autore, diventa la metafora nonchè il pretesto per giocare con le figure instaurando un complesso ed intricato gioco di specchi e di sottintesi tanto fascinoso quanto di fatto ameno nella sua forma eccessivamente stilizzata e tendente a ripetersi. Il film, passato alla storia come uno dei suoi lavori più famosi e rappresentativi, ricalca la scia dei precedenti  e successivi lavori utilizzando il genere noir come base di partenza per sviluppare i temi usuali.

Giovane avventuriero racconta in prima persona le vicende capitategli: in seguito ad un tentativo di aggressione salva e poi conosce una ricca donna che insieme al marito lo assume come aiutante. I due si invaghiscono a vicenda l’uno dell’altra ma quando l’uomo capisce di essere stato incastrato in un reticolato di trucchi e menzogne si trova a dover rischiare la galera, fino alla resa dei conti finale.

Ciò che più affascina del film è sicuramente la sua ottima sceneggiatura, che in ogni momento della vicenda riesce ad interessare non tanto per la sua originalità (negli anni quaranta, specialmente in America, il genere noir era il più comune e in voga) quanto per la sua buona ed accurata costruzione, che non lascia falle creando personaggi affascinanti nella loro complessità. Tuttavia nella seguente opera possiamo riscontrarvi tutti i principali fili conduttori del regista: il male visto come complicati inganni ai danni del protagonista, la figura della donna come femme fatale, l’impotenza e la piccolezza del protagonista, mai un eroe quanto spesso solo un comune individuo irretito dalla corruzione della società e del suo ambiente. Il tema del gioco verità-finzione è poi un altro punto interessante della pellicola e si manifesta nel continuo ribaltamento della realtà e nella celata e misteriosa identità dei personaggi, che fino all’ultimo portano con sé i propri segreti.

Come quindi abbiamo già detto il film non stupisce particolarmente lo spettatore per innovatività in quanto Welles più che all’effetto sorpresa punta, come cineasta riconosciuto, al personalizzare al massimo le vicende rendendole proprie, tutte contraddistinte dalle sue tipiche caratteristiche. Infatti nei film dell’autore tutto si riduce al confronto che egli intraprende con la realtà. Essa non è mai chiara ma appare al contrario costantemente grottesca ed irrecuperabile. I personaggi si ritrovano invischiati in un circolo vizioso di corruzione e depravazione umana senza riuscire a salvarsi (i protagonisti) oppure si crogiolano nel peccato perchè esso rappresenta la loro vera natura. Le analogie con “La fiamma del peccato” di Wilder sono nette, testimonianza questa della volontà del regista di non voler impressionare il suo pubblico quanto crearsi una propria individualità d’autore costruendo i film e modellandoli secondo la propria visione artistica, come fa appunto ogni cineasta:la negatività della figura della donna, il racconto a flashback in prima persona, il fallimento dell’intrigo progettato, sono solo alcune delle somiglianze tra le due pellicole. Welles differenzia la sua pellicola solo grazie ad un uso più tecnicamente attento ed interessato della cinepresa e ad una caratterizzazione personale inconfondibile dell’opera. Tra le scene più significative da ricordare quella finale dello scontro tra gli specchi, dove il protagonista, interpretato da un buon Orson Welles, capisce per intero tutto il piano architettato ai suoi danni e lascia la donna col marito soli al proprio destino, in procinto di distruggersi a vicenda.

In fin dei conti quindi un noir che rispecchia quello che poi sarà il ciclo del regista, con film simili come “Rapporto confidenziale”, “Il processo” e “L’infernale Quinlan”. Un film che si abbassa ai livelli del pubblico tentando al contempo di uscirne grazie alla spinta autoriale, senza però riuscirci pienamente; Welles qui ricade nuovamente in una forma dall’apparenza attraente ma ben più prevedibile e preimpostata di quanto non possa sembrare ad un primo sguardo.

Voto: ★★/★★★★★

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2 risposte a La signora di Shanghai

  1. blackhunta ha detto:

    Non si tratta di questo film in particolare, ma del regista, quindi chiedo qui…
    Il grande Bergman disse una volta, riferendosi all’acclamatissimo Orson Welles:
    “Per me è solo una bufala. Non è interessante. È morto. ‘Quarto Potere,’ di cui ho una copia, è il prediletto dei critici, sempre in cima ai sondaggi, ma io credo sia una noia totale. Soprattutto, le interpretazioni non meritano. La dose massiccia di rispetto che ha ricevuto è assolutamente inverosimile.”
    Voi che ne pensate – concordate? Tralasciando ovviamente il fatto che Bergman sia un autore di gran lunga superiore a Welles…

    Mi piace

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