La donna di sabbia

Suna no onna (1964) – Hiroshi Teshigahara / Giappone

Contraddistinto da un surrealismo che ricerca le proprie basi nella natura dell’essere umano e nei suoi vizi più indegni, l’operato di Hiroshi Teshigahara è altresì la rilettura di una civiltà, un atto di auto-incriminazione nonchè pretesto per fare del Cinema nuovo. Si parla infatti di surrealismo nella misura in cui si opta per l’etica di un’immagine che acquisti più significati, soprattutto se pensiamo a valenze psicologiche piuttosto che sensoriali o ancora emotive di una determinata sequenza. È dunque sensorialmente che affascina lo stile dell’autore, in particolare ‘La donna di sabbia’, un film sconvolgente per la sua brutalità nel porsi verso lo spettatore, quasi una violenza perpetuata ai danni di quest’ultimo, tanto che il finale, apparentemente fanale di coda di un’interminabile logorio psicologico, non alleggerirà un dramma folle, inaudito, seppur di rara bellezza.

La storia narra le vicende di un entomologo che, durante un viaggio di ricerca nel deserto, viene attirato e poi abbandonato in un’immensa buca di sabbia abitata da una giovane vedova. Il suo sdegno e la sua rabbia verranno mitigate dal tempo fino al finale dove, anni dopo, dovrà fare i conti con sè stesso decidendo quale prospettiva accettare.

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Ma la caduta nel buco di Niki non può non ricordare la morte di Otsuka in Otoshiana’, tragicamente deludente. Da quel momento la pellicola avanza verso una direzione ormai instabile fino all’epilogo, dove uno spettatore amareggiato viene in ultimo preso in giro. Quello del regista è un attento, sadico e calcolatore gioco di ruolo, dove ogni personaggio viene costretto ad interpretare parti suo malgrado (non era certo volontà di Niki passare la sua intera vita nella fossa, come non era volontà di Otsuka morire e tornare come fantasma assistendo alla vittoria morale del malvagio killer) e dove la bontà d’animo non solo non è mai ripagata ma quasi sempre è addirittura penalizzata: certo è che col regista giapponese gli sbagli, così come le ingenuità, si pagano. Attraverso il suo pessimismo i malvagi e gli opportunisti ne escono sempre trionfanti e ciò causa nello spettatore quell’amarezza che lo porta a provare profondo sdegno verso lo svolgersi dei fatti. In più, ogni svolgimento viene seguito da uno spettatore onnisciente, dunque vediamo errori commessi dai personaggi conoscendo in anticipo le conseguenze di tali azioni.

Teshigahara però non trascura aspetti come società e sesso. Quest’ultimo viene visto come atto di sfogo spesso nocivo. Nel precedente film del giapponese esso causa indirettamente la morte di un personaggio, qui viene inserito come scissione della pellicola e momento di svolta per l’avvicinamento dei due conviventi della fossa. Ma anche l’apparato sociale non ne esce particolarmente bene. Questo di rimando, oltre a dimenticarsi del protagonista (che pur dice di aver lasciato nel suo appartamento segni inconfondibili del suo viaggio), viene dipinto attraverso le persone che ingabbiano Niki nella fossa: cinico, opportunista. Una visione da non perdere per gli appassionati del cinema nipponico: un’affascinante viaggio nell’emisfero del Bunuel giapponese.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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