Il porto delle nebbie

Le Quai des brumes (1938) – Marcel Carné / Francia

I destini degli afflitti e solitari Jean e Nelly si incrociano in una baracca dispersa nella nebbia. Lui è un disertore in cerca di riparo, lei una giovane vessata dalle sue brutte compagnie, tra le quali un vecchio assassino. L’amore tra i due verrà immediatamente seppellito e scongiurato da un malintenzionato, segnando la fine della speranza, la fine della bellezza, e in ultimo l’inizio della fine.

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Dalla collaborazione col poeta Jacques Prevert, Carné non poteva che ricavarne vantaggi, e ciò si denoterà anche meglio in opere successive come le già citate. Questo ‘Il porto delle nebbie’ si presenta ad un primo sguardo come un’opera di difficile immedesimazione, intensa ma al contempo densa di significati poetici e ricamature stilistiche. La costruzione stessa è chiaramente sfaccettata, a partire da quella sceneggiativa, semplice ma be pensata e messa in scena, continuando per la vera e propria scenografia, interamente girata in interni e condizionata da una costante nebbia che avvolge la vicenda come a rinforzare il connotato fortemente allegorico dell’opera.

Ciò che distingue nettamente le opere dell’autore in causa è l’elogiabile tendenza ad un tipo di Cinema che si fa carico con estremo coraggio delle emozioni e dei sentimenti dello spettatore, trascinandolo in esperienze e storie profondamente umane, ma al contempo sature di quel tragico romanticismo che riporta ad una condizione dell’uomo sotto questo punto di vista davvero reale e tangibile, su un piano perciò prevalentemente figurativo e intenzionale. Tutto si fa assolutamente vacuo, i personaggi vagano senza particolare spessore come fantasmi, trascinati dal destino e succubi dello stesso, appesantiti nel loro tragitto dalle esperienze vissute e complici in prima persona del loro triste finale. Non è la costruzione del personaggio che interessa a Carné, tanto meno quella della storia in quanto tale, quanto in verità la riproduzione emotivamente efficace e suggestiva del contesto e del substrato/significato poetico. Lo spettatore viene chiamato in causa solo nel momento in cui condivide attivamente le pene dei personaggi, solo decidendo di prendersi carico dei dolori e delle speranze infrante dei protagonisti. Ovviamente è deplorabile quell’insistente buonismo, quella cioè insistenza nella creazione della figura dell’eroe a tutti i costi, persino (e questa è una delle principali caratteristiche del realismo poetico) quando il protagonista è una figura negativa.

Nella realizzazione notiamo una semplicità che, se da un lato riesce comunque a farsi intendere e a spostare l’attenzione su di un piano del tutto astratto, dall’altro è sconcertante in quanto estesa nell’intero apparato tecnico, investendo nell’intera costruzione e resa del film ogni figura e ogni aspetto. È arduo comprendere registi come Carné e Renoir, almeno personalmente, soprattutto per quella insistenza a volersi separare da ogni tipo di credibilità, proiettandosi del tutto in un predicato surrealismo che non è mai tale se non nella definitiva, insignificante e spaventosamente grottesca successione di eventi, che vista da un punto di vista razionale figura come un’accozzaglia di frasi ed eventi sconnessi e banali, in verità voluti e ricercati su un piano poetico e figurativo, ma in definitiva solamente tali per come figurano.

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Voto: ★★★/★★★★★

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