Atlas

Atlas (2013) – Antoine d’Agata / Francia

Marchiare a fuoco un’immagine, osservare un corpo in perpetuo, insistente appassimento, essere in contemporanea soggiogati dalla luminare, oscura, potenza di un’inquadratura che, più che perfetta andrebbe definita come universale. La cristallina, scioccante abilità del d’Agata fotografo si riversa in un’opera che immortala l’attimo imperituro durante il quale ogni altro aspetto, concezione o definizione spazio-temporale cessa di esistere in quanto propriamente fatta per divenire immagine, scolpita nella roccia come un epitaffio; epitaffio di una morte che ci accomuna tutti quanti in qualità di umanità in dissolvimento. E in quanto tali così vaghiamo nella pellicola del regista francese; non come individui, quanto piuttosto come corpi in disfacimento, espressioni di una morte precoce e trascendente, maschere senza volto portate all’estremo dalla sperimentazione più carnale della vita stessa.

Vicenda immensa in tutti i sensi. Riprendendo vari individui da diversi paesi, d’Agata costruisce un documentario recitato a due: l’immagine e i versi. Le persone, tutte facenti parte di varie cerchie di drogati e/o prostitute, si pongono allo spettatore attraverso il loro disagio esistenziale, le loro paure, la loro indifferenza: i loro traumi. I corpi si snodano tra loro nell’ombra più totale, i volti gridano pietà, le cicatrici del tempo si abbattono nell’inquieto buio della realtà con un’aggressività decisamente dissacrante. Tutto sfiorisce, perfino le parole, echi di una civiltà etimologicamente perduta.

Se è solo attraverso l’oscurità che possiamo scorgere la verità assoluta di un’esistenza, spadroneggiante accanita sulle anime nascoste negli angoli bui dell’eterna agonia di vita, d’Agata è l’unico possibile fautore di tale processo. Con la sua perizia da ineccepibile umanista egli si insinua qui negli anfratti più reconditi delle piaghe umane, sviscerandone non solo il più veritiero disgusto e abbandono morale, ma rendendo tutto ciò lacerante allo stesso modo che se fosse un atto palpabile e contemporaneamente vero. Partendo da presupposti infimi, da una realtà tra le più crude e repellenti, l’occhio dell’autore penetra attraverso le sofferenze dei reietti, dei drogati e delle prostitute, di tutte quelle anime che soffrono di una mancanza intrinseca alla loro miserabile condizione e che, sciogliendo i loro corpi e condividendo le loro pene, restano sanguinanti come bestie da macello, pronte per la prossima dose, pronte per il prossimo cliente.

“…la gioia rimane tra noi, la rabbia rimane tra noi, io ti dimenticherò così come tu mi dimenticherai, sono un’altra di quelle ragazze, una di quelle il cui nome hai già dimenticato, una ragazza che ha dimenticato essa stessa il suo nome…”. Così si rompono i fragili equilibri che separano la coscienza dii una disfatta umana dalla sofferenza del singolo, insignificante, granello di sabbia in un deserto di derelitti. Le invocazioni di salvazione, di comprensione, si incrociano come viandanti, troppo impegnati a seguire il proprio periglioso cammino, troppo dimentichi del significato stesso della parola “umano” per abbracciare le sofferenze altrui. E così questo si riflette sulle realtà proposte, attraverso tutta la rabbia di uno sfogo sessuale, l’attimo d’amplesso in cui si nota la palpitazione, la contrazione estrema di un viso soggiogato dal fatuo piacere, unico strumento di sopravvivenza ma al contempo fonte di rancore per tutto ciò che di materiale e di insensibile implica in sé. Come una rete di fitte, invisibili ragnatele l’insopportabile, abbandonata agonia si disperde nel mondo, unendo in un solo, intonato grido, le voci di quelle anime che consumano disfatte l’inferno in terra, lacerate dall’incomprensione del prossimo, fuggiasche dal dolore nell’effimero, sudicio, piacere del corpo.

“..la paura è sempre presente, la paura di essere inutili…una notte li tiene vivi, una dose li tiene vivi, un cliente li tiene vivi…siamo stanchi, fisicamente e moralmente, non proviamo piacere, come un burattino sul palcoscenico…”. Analogamente all’iter di un Costa in opere come ‘Nella stanza di Vanda’, d’Agata penetra negli oscuri interni degli emarginati sociali, consumati dai loro vizi, ricreando tutto il disgusto e la solitudine della loro esistenza, sporcando e velando la sua immagine di una verità tanto poeticamente affascinante quanto concretamente, atrocemente reale. Ed è proprio nel momento stesso in cui noi in quanto spettatore consumiamo visivamente l’atto di rivolta esistenziale mostrato che si evince l’intrinseca verità universale del momento: momento che perde il suo significato circostanziale, fugace, per rivelarsi in tutto il suo anonimo significante. Come riuscire ad evidenziare con furore e al contempo con lirico senso estetico un’immagine, rendendola tanto carica di significati e densa di emozioni? Molto gioca in questo caso a favore del maestro francese, prime su tutto le sue brillanti doti di fotografo, che gli permettono, attraverso uno straordinario abbinamento artistico tra poesia e immagine, di immortalare con un fortissimo senso di bellezza quest’ultima lasciandola al contempo desolata in mezzo alla realtà riprodotta.

È presente sicuramente lo scalpore, la grande vena aspra e così sadicamente veritiera che riprende con terrificante agonia ogni elemento presente: in pose statuarie o in quasi impercettibile movimento, in un buio costantemente protagonista e mai rassegnato ad avvolgere e opprimere distruggendo ogni sensore spazio-temporale, conferendo così universalità all’immagine; ma ancora in una rinnovata spazialità demolita che si perde nell’immensità di un oceano, attraverso immagini che astraggono il corpo e la mente in una dimensione quasi surreale. L’universo di d’Agata è complesso, rarefatto, millesimale, si rifà continuamente a diverse sensazioni, è impossibile da inquadrare, va provato e interiorizzato per l’intensità delle emozioni che comunica. Un Cinema che ha ancora molto di fotografico, ma che, proprio grazie a questo, riscopre la sua forza proiettandosi come un lavoro estraneo ad ogni altra opera realizzata.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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4 risposte a Atlas

  1. davide bianchera ha detto:

    film/documentario veramente intenso..una vera e propria opera d’arte,ultimamente se ne vedono poche in giro di questo livello e con questa originalità spontanea..

    … una galleria di quadri in leggero movimento,la luce penetrante di Caravaggio incontra le naturali distorsioni corporee di Bacon .. in un film dove si scende nell’abisso,nell’abisso più profondo della società e dell’anima..

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  2. paxy ha detto:

    Grazie, Davide!

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