Onirica

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Onirica (2014) – Lech Majewski / Polonia

Nell’istante in cui il sogno assume un ruolo primario nella propria esistenza, dando forma a ricordi di persone non più in vita o semplicemente a pensieri appaganti, dunque a tutto ciò che tiene ancora aggrappati alla vita stessa e che rappresenta l’unica ragione d’esistere, la morte si viene a manifestare come presenza tangibile e non più vaga ed astratta. E “Onirica” riflette proprio su questo, tramite una profonda analisi della morte, del suo potere e di quello umano al suo cospetto, dalla quale però quest’ultimo non ne risulta del tutto perdente; se infatti da una parte non è possibile vincerla, dall’altra è allo stesso tempo possibile sopportarla, illudersi di poterla vincere, ed è proprio di questa illusione che Majewski permea ogni sequenza, facendo sì che il film divenga un viaggio, ma ancor più un’esperienza al di là dei sensi, oltre il possibile, dove tutto incarna la nostra volontà e la morte non scompare ma in questo modo si fa come trasparente; quindi esiste ma non la si percepisce più, perchè l’unica via percorribile rimane quella trascendentale: pertanto non resta che abbandonarsi ad una dimensione fallace ed illusoria, quella del sogno, quella, per l’appunto, onirica.

E tutto ciò che attua il film in effetti è proprio una ricostruzione di tale dimensione attraverso il personaggio protagonista, il giovane Adam, il quale, in seguito alla perdita di amici e della sua compagna avvenuta in seguito ad un incidente stradale, riuscirà a trovare pace nella lettura della Divina Commedia (opera sulla quale lo stesso film getta le fondamenta); da qui Adam intraprenderà un viaggio alienante alla ricerca della propria Beatrice, lo stesso durante il quale verrà demolita ogni cognizione pratica, ed il protagonista sarà perennemente confrontato con il proprio immaginario.

L’esegesi dell’opera si può concentrare sostanzialmente sul dialogo tra vita e morte e tra Dio e l’uomo che Majewski mette in scena, rappresentando entrambi però, più come monologo dell’uomo su Dio e sulla morte, rivestendo quindi la componente vitale e “positiva” di un velo che la rende come invisibile; e per fare questo si serve del testo dantesco semplicemente come ispirazione per fissare il punto iniziale e quello finale del film, imboccando tra queste due tappe percorsi in effetti completamente diversi e del tutto personali; con queste premesse si può dire che l’operazione in questione sia paragonabile a quella effettuata nelle precedenti parti della trilogia sull’arte, come dimostra l’influenza del quadro di Bosch ne “Il giardino delle delizie” e allo stesso modo quella dell’opera di Bruegel ne “I colori della passione”. Tuttavia Onirica ha una piega decisamente diversa dalle citate, qui non si tratta di registrare la morte in sé (come era ne Il giardino delle delizie), nè di far scaturire la riflessione da un quadro, certo l’arte rimane lo spunto dal quale poter poi dare vita a tutta una serie di pensieri profondi ed intensi, e vi è sempre, allo stesso tempo, il contrasto vita-morte inscenato attraverso la cura maniacale di un’estetica a dir poco maestosa che viene qui ancora più caricata d’importanza rispetto alle precedenti parti della trilogia, nel complesso tuttavia il lavoro in questione risulta notevolmente arricchito di componenti filosofiche, quanto mai azzardato ed estremamente rischioso nei propri intenti.

Perché Onirica si nutre di metafisica e di soprannaturalità per definire una riflessione su Dio e sulla sua (fallace?) esistenza. E tutto ciò si ripresenta per lo più in forma d’immagini mute, se non le poche volte durante le quali assistiamo a dialoghi di natura fortemente emblematica, come quello tra Adam ed il prete nel confessionale. Confessionale della stessa chiesa nella quale si apre e si chiude il film, come a voler dare un’impronta di natura indagatrice nei confronti del dogma teologico, che viene infatti, attraverso quest’opera, sviscerato fino in fondo con un’efficacia che mai Majewski aveva mostrato prima d’ora. E nell’attuazione di tale ricerca spirituale il fondamento cattolico emerge piuttosto debole, come se una volta esaminato facesse acqua da tutte le parti, nella stessa maniera che appunto suggerisce il finale in tutto il proprio disincanto.

Un disinganno che risulta perennemente in contrasto con il sogno, ciononostante questo continuo scontro tra terreno ed ultraterreno trova completa armonia nel complesso, risultando straordinariamente incantevole ed elegante malgrado la propria natura essenzialmente alchemica, e ciò è derivante certamente dal fatto che, sebbene immaginario e surreale siano di fatto in prevalenza nel film, l’elemento onirico riesce a mantenere sempre una forte terrenità, data proprio dalla subordinazione di se stesso alla realtà, divenendo così esclusivamente proiezione di un’altra dimensione reale altrettanto cruda e veritiera. E durante il corso del film si rimane perennemente a confronto con entrambe le dimensioni, venendo così a contatto con un parallelismo che ha molto di trascendentale e mistico, ma che non è propriamente confessionale nè definibile laico, in questo senso paragonabile a quello malickiano; perchè Majewski qui non abbraccia alcun ideologia nello specifico, bensì allo stesso tempo si impone di dare forma ad un concetto di eternità del tutto personale, rappresentando la morte come qualcosa di concreto, tangibile e non più estraneo all’uomo, anzi, manifestandola semmai come parte integrante della vita umana proprio per la sua capacità intrinseca di riuscire a specchiare le paure ed inquietudini di chi la affronta maggiormente nel quotidiano: ed ecco che l’aldilà non sembra più così lontano.

Una visione dell’esistenza pertanto molto personale e suggestiva quella dell’autore, una visione alquanto interessante e profondamente ammaliante, ma soprattutto particolarmente efficace poiché realizzata con una potenza visiva ed espressiva estremamente rare. Qui dunque l’immaginario si fa immagine e quest’immagine appunto non può che trascendere la realtà, ma ciò non implica il suo degrado, anzi. Se la stessa realtà è fortemente decadente allora bisogna rifuggire dalla rovina di quest’ultima, soprattutto quando questa è rintracciabile sia in se stessi che nell’ambiente esterno (nel contesto sociale per esempio, e qui si spiega l’evento della morte del primo ministro polacco) e perciò si è quasi forzati verso questa fuga dei sensi che non manca però di evocare e trasmettere sensazioni tramite simbolismi. E in effetti Onirica appassiona fin da subito, con uno stile libero e senza particolare rigore se non quello estetico, un tocco straordinariamente viscerale, ed un ritmo sempre alto. Quando la riflessione più impegnativa si abbraccia alla pura estasi visiva: la perfezione.

Voto: ★★★★/★★★★★

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