Niente da nascondere

Caché (2005) – Michael Haneke / Francia

Ad Haneke piace provocare, terrorizzare, spiazzare lo spettatore. Ci gioca come un burattinaio con le proprie creazioni. Lo illude, lo traumatizza, gli nega quelle certezze, quelle conclusioni che, nel bene o nel male, pongono una fine, chiudono un discorso. L’uomo per l’autore austriaco è malato, perverso, deviato dal proprio ambiente, dalla stessa società che lo plasma e lo nutre. Una costante questa che si rinnova in ‘Niente da nascondere’, opprimendo, se possibile, anche più del precedente ‘Funny games’. Un giorno, una coppia viene impaurita e minacciata da ignoti. Telecamere che li spiano giorno e notte, strani e incomprensibili disegni, avvertimenti allusivi: è l’inizio di un incubo. Il protagonista sospetta rimandi a vicende legate alla sua infanzia e in particolare al figlio di una sua vecchia domestica. Il mistero però non verrà svelato, tramandandosi anzi dai genitori ai figli.

Nessuna soluzione all’enigma, MH si prende gioco del suo pubblico privandolo di un volto, quello del colpevole, che finiamo per invocare, chiedendoci sgomenti contro chi rivolgere le nostre accuse. La risposta è che siamo noi quel volto. Georges e Anne combattono una battaglia persa in partenza, cercando una risposta che non esiste, una minaccia rappresentata da loro stessi. Come nel film poc’anzi citato, Haneke interviene scorrettamente, esaspera le leggi imposte dai canoni cinematografici interponendosi logicamente tra la realtà degli avvenimenti – quella fittizia dell’opera – e la realtà propriamente detta, la sua, la nostra. Come quel telecomando riavvolgeva sadicamente un finale decisamente sgradito agli assalitori, allo stesso modo a spaventare e minacciare i protagonisti non è un’entità fisicamente presente quanto piuttosto un concetto, più precisamente il concetto di essere umano.

L’ambiguità, il mistero sono da sempre chiavi di volta nello sviluppo e nella comprensione delle opere del regista, questo già era noto; ma tutto ciò, con l’avanzare della maturità cinematografica, è mutato, si è evoluto abbandonando una violenza inizialmente più fisica e concreta in favore di una più immateriale, ideologica se vogliamo. Lo spettatore si identifica dall’inizio alla fine della pellicola con la coppia, proprio a causa dell’irresolutezza del dramma, seguendo lo svolgersi dei fatti con la stessa rabbia e impotenza dei coniugi. Ma è altresì vero che, in fin dei conti, l’uomo qualcosa sa o sospetta, pur se sceglierà di non farne parole nè alludervi in alcun modo: gli occasionali flashback che tornano sull’infanzia di Georges insinuano in questo senso più di un dubbio a riguardo.

Il film viene visto spesso e volentieri con gli occhi delle telecamere installate nei pressi dell’appartamento dei coniugi che riprendono, specialmente all’inizio della vicenda, la realtà in maniera piatta e uniforme. Ciò che il regista ci mostra, facendoci intuire che potrebbe servire per una teorica soluzione del mistero (i flashback dell’uomo, la storia dell’algerino figlio dell’antica domestica) non è sufficiente a spiegare ciò a cui assistiamo, ma lo è abbastanza da permetterci di ricollegare ogni evento alla sfera del reale, dargli una seppur minima e ipotetica causa. Si viene invitati ad accettare ogni evento con rassegnazione, la realtà per l’autore non è ricerca e soluzione di un problema ma confronto con qualcosa di insolubile, spesso nemmeno razionale, solo malvagio e sadico, e in quanto tale, come il film stesso, lascia chi osserva con la rabbia di non poter afferrare quel telecomando per riavvolgere e ridisegnare l’opera.

Voto: ★★★★/★★★★★

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