Sei donne per l’assassino

Sei donne per l’assassino (1964) – Mario Bava / Italia

Il talento grandemente anticipatore di Mario Bava si cimenta nuovamente in un giallo ad alta suspense e pieno di colpi di scena che affascina e cattura senza ombra di dubbio. Con questa pellicola il regista italiano dimostra nuovamente tutta la sua abilità tecnica e direttiva creando una pellicola senza sbavature e madre del genere thriller, dove ogni elemento è al suo posto e dove la tensione fa assolutamente da protagonista per tutta la durata.

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All’interno di un elegante atelier di moda iniziano una dopo l’altra a morire tutte le più belle indossatrici: la polizia inizia ad indagare ma il bandolo della matassa è ben più complicato di quanto sembra. Qualcuno all’interno del luogo, costretto a nascondere il proprio segreto, continua a mietere vittime, ma il frutto del peccato durerà poco.

Preannunciatore di un intero genere qui Bava mette in scena tutta la sua capacità registica confermandosi come un geniale esponente giallista. Quello che a prima vista appare come un semplice film da caso da serial killer si nota procedendo nella visione essere un saggio vero e proprio di tecniche di regia che riescono a rendere una semplice storiella di omicidi in un film quasi perfetto per il suo genere. La storia vera e propria del film è abbastanza secondaria nella visione intera dell’opera. Il ritmo generale è abbastanza lento e mai incalzante se non proprio nelle scene conclusive, gli omicidi vengono consumati da un misterioso killer mascherato che però non lascia indizi riguardo alla sua identità. La violenza cruda è evitata ma soprattutto ancora non era in voga, essendo ‘Reazione a catena’ dello stesso Bava uno dei primi film di vera e propria violenza, anche sotto questo aspetto nuovamente innovatore; ma nonostante tutto ciò l’autore riesce abilmente a rendere l’effetto agghiacciante e pauroso nonché l’atmosfera tipica di questo tipo di film, e ciò attraverso l’uso sapiente della cinepresa, del montaggio, e anche attraverso il suggerire e acuire le sensazioni ricercate tramite gli oggetti dello scenario, come possono essere ad esempio un telefono ciondoloni che suona insistentemente (come a fine film), o comunque le riprese oppressive e ossessive dei luoghi del delitto, l’inquadrare accompagnato musicalmente una scala tetra e buia facendo capire che sarà il luogo del prossimo assassinio, il riprendere la scarnificazione progressiva dei volti delle vittime sotto i colpi del folle omicida ecc.

Ogni particolare nei film di Bava è essenziale in quanto punta costantemente a suggerire la stessa sensazione di paura e di instabilità emotiva, perfino nei momenti vuoti o di relax sensoriale tipici di questo tipo di film, perché il punto focale di un giallo per il regista è appunto quello di terrorizzare, e la bravura qui sta proprio nel riuscire a farlo senza bisogno di cadere nello splatter o di ricorrere al jumpscare.

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Voto: ★★/★★★★★

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