L’angelo azzurro

Der Blaue Engel (1930) – Josef von Sternberg / Germania

Tutt’ora considerato come uno tra i più eminenti esempi di cinema espressionista, ‘L’angelo azzurro’ è un film duro, aspro e coinvolgente sul dramma di un uomo, realizzato in maniera molto simile a ‘L’ultima risata’ di Murnau (sempre con Emil Jannings come protagonista). Anche qui la vicenda diventa il fattore principale, il mezzo attraverso il quale mostrare il degrado totale di una civiltà, ma questo stesso degrado che si avverte in maniera così forte nelle vicende narrate altro non è qui che il simbolo di una manifestazione di potenza e di fioritura culturale che investì la Germania nel periodo storico della Repubblica di Weimar. Il dramma perciò come rappresentazione di un malessere di vivere umano, ma anche come espressione di superiorità di un Paese in evidente crescita tecnica.

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Il protagonista è un ligio e dotto professore scolastico, Immanuel Rath, rispettato e ben voluto. Quando viene a conoscenza della negativa influenza di una ballerina, Lola Lola, sui suoi studenti, decide di recarsi da quest’ultima per invitarla a placare gli animi dei giovani, trovandosi però in poco tempo sedotto e ammaliato dal fascino della donna, e diventandone presto il suo compagno di spettacoli. Rath rinuncia a tutto, alla sua vita e alla sua professione, sprofondando in un baratro di umiliazioni e ristrettezze economiche, e diventando un ridicolo pagliaccio da ostelli di sobborgo. La sua vita precipita sempre più fino a quando, sconsolato e ammalato, si reca morente nella vecchia aula scolastica dove un tempo era così felice e appagato.

Non si può certo negare il grande potenziale espressivo e narrativo delle vicende espressioniste, tra le quali la seguente non fa certo eccezione, come non si può negare l’altrettanto grande, straordinaria capacità del duo Dietrich-Jannings. Ciò che però manca più a quest’opera, e più in generale al Cinema del regista austriaco Josef von Sternberg, è la capacità di abbinare gli aspetti sopra citati con l’incisività e l’abilità tecnica del Cinema di eminenti colleghi come Murnau, Lang, Leni o Wiene. L’opera è sicuramente ben strutturata, e anzi, vanta vari momenti di grande intensità, tra i quali lo struggente finale già citato: il fascino elettrizzante e lo charm della futura diva Marlene Dietrich (tale solo dopo il grande successo riscosso dopo l’opera in causa) fanno da veri protagonisti in un film che cattura purtroppo l’attenzione più sotto un punto di vista di puro interesse visivo e storico, piuttosto invece che per grandi contenuti o doti tecniche.

La ripresa del dramma qui non è incentrata sulla vera e propria ripresa dell’uomo in quanto essere inserito nel proprio contesto sociale, ma è semplicemente un espediente narrativo drammatico: si nota cioè una storia atta a immortalare il protagonista in disgrazia, ma tale aspetto risulta in fin dei conti slegato da ogni tipo di ragionamento morale o da un qualsiasi significato filosofico, e di certo non è questo l’intento dell’opera, che vanta altri pregi già enunciati. Una storia dunque scorrevole e sicuramente coinvolgente, ampiamente riuscita, dove però non vi risiedono altri intenti se non quelli legati all’intrattenimento o al periodo storico. Un espressionismo eccessivamente fine a se stesso che non ricerca la perfezione dell’immagine né la validità universale e istruttiva della storia, elementi preponderanti in quella determinata corrente.

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Voto: ★★★/★★★★★

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