Interviste #4 – Paul Clipson

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Paul Clipson (UK, 1965), regista indipendente inglese naturalizzato statunitense. La sua carriera inizia nel 2004 e – ad oggi – conta oltre sessanta lavori (sempre in campo sperimentale), tra cui una decina di video installazioni ed un solo lungometraggio: “Hypnosis Display”.


Cinepaxy: Partiamo con una domanda generica sul suo lavoro e su come viene avvertito. I suoi film sembrano convergere in un’idea di presente estremamente malinconica, come se sotto lo strato superficiale della realtà osservabile si nascondessero metropoli e paesaggi fortemente nostalgici, una fuga dalla realtà quasi imposta dalla stessa. Dunque, come riflette sul presente? Come vive il rapporto con la realtà? E perché vivere questo rapporto attraverso il Cinema?

Paul Clipson: Penso che sussistano molte imposizioni. Una su tutte è la stessa storia del Cinema, ma lo sono anche le preferenze personali, la ricerca ossessiva di bellezza nell’immagine. Credo che il processo di ricerca su queste immagini sia in un certo senso strano, lavori sul tempo: ricordi, sogni, memorie. Quando rifletto sulla parola “malinconia”, penso sì che sia presente, ma penso più che altro ad un registro emotivo che non si soffermi su di un’impressione particolare. I miei film non nascono da idee o preconcetti. Tutto ciò che si prova è in risposta ad un impulso emotivo, una luce, un oggetto o uno spazio, un paesaggio; ecco, mi sento molto attratto dai paesaggi e probabilmente ciò che mi spinge a filmare è il poter percepire lo spazio per capirne il ruolo, la prospettiva rispetto all’ambiente, poterne catturare le dinamiche attraverso il Cinema, attraverso la cinepresa.

CP: Sussiste quindi un forte legame con l’ambiente, pensandoci buona parte dei suoi lavori sono girati prevalentemente su sfondo urbano. Allora le strade, i semafori, i lampioni acquisiscono un ruolo primario. Si può dire che la ripresa si focalizzi su di loro, o meglio, sull’energia che emanano.

PC: Sono molto affascinato dal paesaggio urbano. Ho lavorato spesso a contatto con limitazioni come per esempio le costruzioni edilizie. In questi casi preferisco più che altro non concentrarmi su soggetti fisici, apprezzo molto infatti il Cinema di Antonioni e di altri autori che analizzano lo spazio e la sua entità. È importante acquisire coscienza degli oggetti, gli spazi sono impregnati da diversi fattori: la società, le istituzioni, i media, l’ambiente stesso. La città ha una grossa importanza nei miei film, vivo in una città e riprendere nell’assenza di persone rende le persone stesse più presenti. Sono molto interessato anche all’architettura (Giorgio De Chirico mi ha influenzato molto) forse per questo mi affascina la città,  mi sento inoltre molto vicino a Chris Marker, alla sua idea di film-viaggio, film-diario, mi affascina il suo rapporto di intimità con la cinepresa. Da un certo punto di vista la mdp è l’occhio del regista e il regista è l’occhio della mdp: è un ottimo strumento per analizzare lo spazio.

CP: Analizzare lo spazio per percepirlo, risaltarne quindi le emozioni. 

PC: Esperire lo spazio implica sempre una certa predisposizione, si tratta di un impatto complicato e saper descrivere il luogo dove si vive, le pressioni, gli impulsi, le ansie che vi risiedono è una questione critica, sociale. Filmare permette di riappropriarsi dello spazio, bastano gesti semplici, come può essere una passeggiata (e qui penso a Guy Debord, l’idea del luogo pensato per essere vissuto liberamente, e non per via di prescrizioni). Se non cammini normalmente in una città la città non sarà più normale. Il Cinema narrativo vive delle logiche della produzione ma questo sovverte tutto ciò che lo circonda, perché la ripresa di una città in un film narrativo è funzionale allo sviluppo del racconto, ma il modo in cui ognuno vive la città è diverso: Ecco, un film che vive lo spazio in cui è immerso è “Zabriskie Point”, un altro può essere “The end” di Christopher MacLaine.

CP: E in che modo lei rende possibile tutto ciò, come concretizza l’astratto?

PC: Parto dal principio delle immagini, provo a riconoscermi in ciò che faccio e ci tengo molto, ecco perché filmo tutti i giorni, filmerò stasera, domani e il giorno dopo ancora. Quando lo faccio ho in mente delle idee ma cerco di non partire mai da queste per permettere agli imprevisti di interporsi, riuscire quindi a far comunicare ciò che riprendo. È necessario partire da una pagina bianca. Non mi interessano i soggetti, le sceneggiature, cerco di ottenere reazioni spontanee per lasciar lavorare il subconscio. Non penso mai ad un significato, questo è molto importante per me, qualsiasi esso sia non intendo veicolarlo, preferisco stimolare una reazione che sia puramente soggettiva.

CP: A proposito dell’attuazione di questo processo, forse non è appropriato parlare di rappresentazione della realtà, piuttosto di proiezione della stessa con una modalità che altera la percezione, la intensifica spesso rendendola schizofrenica. Da cosa nasce questo gesto?

PC: È una bella domanda. Ho sempre sentito di dover lavorare sulla meccanica della mdp, a volte sento come se stessi facendo una sorta di documentario su di essa. Mi affascina molto l’oggetto meccanico della cinepresa, mi esorta a sperimentare sul mezzo per analizzarne e scoprirne i limiti, ecco da dove deriva il movimento schizofrenico. L’effetto di intensità è dovuto alla mia passione per la macrofotografia grazie alla quale riesco a riprendere dettagli minuscoli come la superficie dell’occhio o un insetto, da qui ho cominciato a scoprire le proprietà della mdp; in questo modo essa definisce ogni svolgimento. Una storia può essere completamente astratta nell’ambito sperimentale, non è la narrazione di un film commerciale; ho sempre pensato che la cinepresa potesse servire ad analizzare la mente, così ho cominciato ad avere coscienza del mezzo. Sapete, quando ci focalizziamo sull’occhio attraverso la macrofotografia si annullano le distanze, si realizza il concetto di infinito. Prima parlavo di superficie, in molti miei film ho voluto riprendere la superficie, dell’ombra del sole come dell’oceano, così da poter evocare emozioni che stimolassero reazioni oneste, individuali. Non c’è mai un significato preciso connaturato all’oggetto di ripresa. Mi piace molto l’idea di performance durante il lavoro, in fondo i miei film sono questo, un insieme di errori e casualità, e questo comporta per forza di cose l’accettazione del gesto. È la nozione di metabolismo della macchina da presa, come insegna Brakhage: le immagini provengono dal pensiero ma allo stesso tempo lo precedono.

CP: Il Cinema esclusivamente come tramite per vivere la realtà.

PC: Sì, esattamente.

Made of air (2014)

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CP: Relativamente al discorso sulla macrofotografia, cosa le stimola interesse nello studio di tale tecnica sugli insetti?

PC: Mi interessano molte cose. Attraverso questa tecnica riesco a percepire la dimensione e la vicinanza dell’oggetto. Da una parte indirizza lo sguardo ma dall’altra restituisce una forte dinamicità, ossia ciò che ricerco; gli insetti sono molto dinamici e in questo modo riesco a far risaltare dettagli molto difficili da notare in genere. Georges Franju, uno dei registi che apprezzo maggiormente, riesce a rappresentare bene la dinamicità delle emozioni: film esteticamente affascinanti che allo stesso tempo incutono paura. Il suo è un Cinema molto sensibile ed anche il mio cerca di esserlo. Riprendo gli insetti perché sono in un qual modo invisibili. Quando andiamo al parco ne uccidiamo migliaia senza nemmeno accorgercene, si guarda la città ma non l’insetto, ecco perché mi interessano.

CP: Ha subito influenze da ambiti diversi da quello sperimentale, insomma.

PC: Mi rifaccio ad un certo tipo di Cinema ma lo reinterpreto con uno stile diverso. Credo che si possano avere riferimenti nel Cinema narrativo senza che la propria opera ne risenta a livello espressivo. Godard, per esempio, ama molto “Scarface”, quel film l’ha ispirato diverse volte.

CP: Una certa direzione potrebbe essere data con l’immagine della ragazza spesso ricorrente nelle sue opere, per esempio in “Union” e “Love after love”. In quei casi si percepisce un forte calore emotivo. Si può parlare di amore?

PC: In quei casi il soggetto è la mia figliastra, Anya, anche perché non filmo mai persone che non conosco. Ho voluto fare “Union” senza riprendere persone, solamente figure ed ispirandomi al lavoro di Eadweard Muybridge sulle immagini in movimento, quindi studio le figure in un paesaggio, in una foresta. Il sentimento d’amore emerge ma senza che questo sia imposto, l’amore è lì per via della realtà. Per realizzare “Another void” e “Other states” ho voluto filmare anche alle due di notte al centro di San Francisco ed era necessario che chi lavorasse con me fosse mio amico. Tra birrerie, banche e negozi di lusso ho voluto catturare le luci della città, esplorarla e farne un collage quasi come per ricrearne una nuova.

CP: I colori e le luci, difatti, rivestono un ruolo importante, quasi primario, nei suoi film. Ecco, come riesce a richiamare il processo di percezione sensoriale attraverso di loro?

PC: L’unica ragione per la quale filmo è per vivere gli stimoli di ciò che mi circonda. Nell’ambiente agiscono una serie infinita di impulsi, tanto che a volte è la cinepresa stessa a scegliere il soggetto. Amo lavorare sui colori perché è sempre qualcosa di estremamente onesto e piacevole, il rosso in particolare, contestualizzato nell’ambiente, mi fa pensare ad una certa intensità penetrante. Facendo sì che la pellicola stessa parli il linguaggio dei colori mi sento come un pittore che dipinge su una tela bianca lasciando fluire la propria mano.

Light year (2014)

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2 risposte a Interviste #4 – Paul Clipson

  1. Frank ViSo ha detto:

    Ho letto con vero trasporto quest’intervista, davvero interessante.
    Come già sapete, tendenzialmente non sono un grandissimo amante dei lavori di Clipson (da un profilo estetico) ma ciò non mi impedisce di condividerne il pensiero, e molto direi, dopo aver letto queste dichiarazioni. Il suo approccio al cinema, alla realizzazione artistica è qualcosa che sento molto vicino, in tutto ciò che dice ritrovo qualche pezzetto di me (partire da sogni, ricordi, emozioni senza pensare ad un soggetto specifico; la dinamicità della macrofotografia; reinterpretare il “classico” in un contesto totalmente opposto, sperimentale…e tanto altro). E prendere ogni giorno la cinepresa in mano per filmare, per catturare quotidianamente la realtà, diventa un’azione essenziale, non può che aiutare a mantener viva la memoria. Chapeau!

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