Lamaland (Part I)

Lamaland (Teil I) (2018) – Pablo Sigg / Messico

La Nuova Germania è un modesto distretto dell’entroterra paraguaiano fondato dalla sorella del filosofo Friedrich Nietzsche, Elisabeth, e dal marito Bernhard. Il film racconta gli ultimi giorni dei sopravvissuti della colonia originalmente capeggiata da Elisabeth, due fratelli piuttosto anziani; dell’ordinarietà della loro esistenza e delle misteriose forze che prenderanno progressivamente il sopravvento su di loro. ‘Lamaland (Part I)’ – il titolo si rifà all’ironico nomignolo, ‘Llama’, che il filosofo affibbiò alla sorella – è un film che ben ricorda fin da subito i folgoranti canoni estetici imposti nell’ultimo decennio dal Cinema sudamericano e soprattutto da quello messicano. Conserva infatti il presente, per tutta la sua durata, una forza ed un rigore stilistico sorprendenti, rifuggendo addirittura da improvvisi sbalzi, ritmici, cromatici, verbali o sceneggiativi che siano ed imponendo anzi una regolarità che, lungi dall’annoiare, non svaluta il giudizio finale dell’opera. La forza di questa sembra infatti risiedere maggiormente nel non detto, un tacito accordo tra autore e spettatore basato sulla convinzione che quanto di peggio possa essere immaginato alberghi nell’animo di quella folta foresta, in quella misera capanna, in quelle stesse tombe disadorne. Incuriosito, invogliato a sciogliere il mistero, persino l’osservatore attento scorgerà ben pochi, radi appigli; un ragno, una carta (forse un jolly) ai piedi del letto, una parola, quasi un sussurro, che sfugge ad uno dei due uomini: ‘Satana’. E se di certo qualcosa avviene, pare presentarsi con tanta umiltà, in un silenzio così poco teatrale e sconvolgente, da lasciare quasi insoddisfatti.

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Pablo Sigg, qui al suo terzo lungometraggio nonché primo approdo al film di finzione, costruisce un film lento, intelligente nell’orchestrare musiche e regia in modo tale da lavorare sulla percezione del momento da parte di chi osserva. Immagini che rimandano alle elegie sokuroviane, attimi quasi kubrickiani per l’originale, spiazzante intesa tra musica classica e presente filmico, macchina da presa che ricorda molto in quanto a movimenti e sguardo il Cinema di Nicolàs Pereda, da ‘The Absent’ a ‘Minotaur’. Nonostante questo, il regista messicano sembra convergere con decisione verso una concezione di Cinema tutta propria, una dimensione propensa a sottolineare e anzi avvalorare tutto quando risiede all’interno dell’inquadratura, come un quadro dove un volto non vanti però maggiori cure di un particolare. In questo modo andiamo a formarci un’idea sempre più precisa di quello che poi è l’ambiente predominante nell’opera, la casa dei protagonisti. Dal tavolo, mestamente allestito, ai letti fino alle calzature devastate. Un ambiente che finisce col prendere vita quasi, vantare una propria personalità.

Piuttosto lineare, l’opera non si dilunga mai troppo lasciando ad ogni sequenza quasi la medesima durata (o perlomeno l’impressione immediata di ciò); scorre per frammenti di vita, banalissimi stralci di tempo senza un fine preciso. È la quotidianità dei due uomini quella che in ultima istanza riveste maggior importanza, l’abitudinarietà della loro esistenza ed il suo lento, graduale eclissarsi, venir meno. Spossati, stremati, entrambi cederanno al loro destino, alla scomparsa di un mondo inteso probabilmente parimenti allo stesso Nietzsche se pensiamo al pensiero filosofico di quest’ultimo, alla sua idea di tempo e a quella che Sigg suggerisce (i ticchettii dell’orologio a muro, il frequente riproporsi di quest’ultimo etc). Si ricerca un’impronta visiva di grande effetto dunque nell’impersonalità, nella creazione di geometrie che racchiudono e svelano il soggetto predominante. L’illogicità che permea il trascorrere del tempo, il verificarsi di certi eventi, è la stessa che non vuole rendere coerenza e razionalità al Male, conferirgli una qualsiasi traccia di comprensibilità, una chiave di lettura o ancora incarnarlo in un determinato (s)oggetto. Eppure una chiave di lettura c’è, pare infatti che ogni elemento, naturale e non, collabori alla fine di un’era. Il destino forse, la spontanea decadenza di un sito ormai fuori dal tempo, vecchio, persino per esso.

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Voto:  ★★★/★★★★★

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