Un lac

Un lac (2008) – Philippe Grandrieux / Francia

Il tremolio di un ragazzo epilettico si effonde nella macchina da presa, la sua rabbia si ripercuote sulla Natura che allo stesso tempo funge da riparo, da protezione da quelle che sono le sue più profonde paure. Viene a ricrearsi un cosmo di quiete schizofrenica di fronte al quale non si può che rimanere afasici, come se il mondo non abbisognasse più di un appoggio alla realtà, e la vita si raccogliesse esclusivamente nella ricerca dell’altro, di un corpo con il quale potersi fondere per reprimere le proprie insicurezze e angosce, per nascondere quel tremolio.

Indefiniti luoghi e spazi sovrastano una dimora segregata dal resto del mondo, la stessa che ora accoglie una famiglia alla ricerca di pace (interiore?). Alexi e sua sorella sono legati da un rapporto tutt’altro che convenzionale, i due difatti sembrano non risentire di alcun contatto con l’esterno, tanto da riuscire ad elevarsi al di sopra di ciò che li circonda, per farsi tutt’uno con la Natura. La loro relazione è spesso ostacolata dalle crisi spasmodiche di Alexi, ma ancor più lo sarà con l’arrivo di un terzo, anonimo, ragazzo del quale la sorella di Alexi si infatuerà, lasciandosi infine trasportare in un rapporto questa volta molto più consuetudinario e tipico, molto più terreno.

‘Un lac’. Un lago, un luogo dove potersi abbandonare e (forse) nascondersi da qualcosa o da qualcuno, ma più probabilmente un luogo come mezzo per fuggire da se stessi. Ora, non esiste più un altro, esiste solamente l’altro, il corpo destinato ad un annessione, fisica e spirituale, lo stesso che però necessita di un appropriazione totale, quella che Alexi non può dare alla sorella. Ecco che appare un terzo, di lui non si sa nulla, non importa chi sia, né da dove venga ma ora c’è, ed è apparso con la propria fisicità che trasuda di ermetismo e di quell’alienazione muta ricordante un po’ la bartassiana presenza angelica di ‘Lontano da Dio e dagli uomini’. Per la sorella di Alexi si presenta l’occasione di farsi una vita nuova, allontanarsi dal fratello e da tutto ciò che rappresentava quel legame, quel vincolo inossidabile che allo stesso tempo permetteva una catarsi ora non più arrivabile.

L’amore visto come forma più pura dell’esistenza, trasporto emotivo e incorporeo che risulta necessario pur nella propria vacuità e scontatezza; la genuinità passionale diviene dunque irreparabilmente oggetto di ricerca, poiché unico, vero, tramite per il raggiungimento della spiritualità, quella metaforica corporeità dell’anima che risulta necessaria, almeno tanto quanto la più profonda e sentita appartenenza ad un nucleo naturale che abbraccia ogni cosa e che la pervade. Un processo tendente (con ogni probabilità) al celestiale, avendo in sé qualcosa di mistico e di ultraterreno, ma un processo che, proprio per questo, rimane chimerico e implica altresì sofferenze fisiche e non solo, portando ad un insanabile travaglio eterno, quello di cui è preda Alexi, lo stesso che egli non riuscirà mai a neutralizzare. E questa sua impossibilità a liberarsi dal proprio malessere rimanda ad una nemesi Superiore, figlia di un impossibile tentativo di travalicamento spirituale, e pertanto sintomo della propria totale irrisorietà.

Distante da qualsiasi richiamo stilistico, Grandrieux gestisce la narrazione spogliandosi di quello sporco tanto presente nel precedente ‘La vie nouvelle’ concedendosi al contrario un’esteticità molto più candida e incontaminata. Ma la genialità direttiva emerge soprattutto nella creazione di un parallelismo estremamente studiato tra soggetto e macchina da presa che insiste e perdura fino all’ultimo minuto, creando un’immedesimazione atipica e del tutto sequestrante. Perché fin da subito le percezioni di Alexi ricadono sulle immagini, a tratti oscure e impenetrabili, a tratti placide e boreali, e allo stesso modo viene diffusa la sua condizione umana nella propria fragilità e irresolutezza. Così, le convulsione del protagonista si effondono nella regia che diviene forzatamente ossessiva e spasmodica ma non con intenti disturbanti, bensì tendenti a restituire una sensazione quanto più possibilmente intatta e libera da approssimazioni, un’operazione estremamente complessa ma straordinariamente riuscita. Si è infatti di fronte alla più intelligibile delle strutture narrative, una conformazione che soffre (positivamente) di quella stessa convulsione che affligge Alexi in ogni istante, e in ogni istante si è quindi pervasi dall’oblio dei sensi, così esasperante nella propria vacuità da pervenire fatalmente totale.

Una fusione di dramma e vacuità emotiva espressa in chiave panteista, dove i corpi si fanno fardello della propria futilità, dunque emblema di un impenetrabile gioia spirituale che è la pace interiore. In tutto ciò viene seguito un percorso di ricerca del lirico sul quale viene fondata la base dell’intera opera stessa; ma quando contemplazione e metafisica si abbracciano in un’opera così pregna di poeticità, non resta altro che lasciarsi annientare dall’esperienza che la visione comporta per rimanerne completamente totalizzati. Grandrieux, con questa devastante riformulazione del linguaggio cinematografico, si manifesta indubbiamente uno dei più grandi talenti contemporanei, un vero autore schiavo esclusivamente del proprio encomiabile estro.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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6 risposte a Un lac

  1. Pietro Le Gars ha detto:

    Ciao, volevo (di nuovo) complimentarmi con voi per le ottime (soprattutto lessicalmente) recensioni che ”sfornate”. Quest’ ultima ha richiamato in particolar modo la mia attenzione, trattandosi di una delle opere più interessanti del XXI secolo, da uno dei maggiori esponenti contemporanei, nonché fra i miei registi preferiti.
    ”Un lac” è un Grandrieux ‘diverso’, ma pur sempre ancorato ai suoi stilemi. Trovo, inoltre, molto azzeccato l’accostamento al ”Few of us” bartasiano (visto proprio qualche giorno fa ;).
    Da quel che ho potuto intuire, reputate ”La vie nouvelle” (che personalmente ho visionato due volte, e che reputo il miglior Grandrieux; anche se per esprimermi definitivamente, mi servirebbe una revisione del film del 2008) minore rispetto a ”Un lac”. Correggetemi se sbaglio.
    ”Sombre” invece come vi è sembrato?

    Approfitto per informarvi del fatto che, nei giorni scorsi, ho visionato anche ”La Belle Bête” il quale, malgrado lo reputi inferiore al precedente ”Ascension”, non ha fatto che confermare la mia (nuova) passione per il regista canadese. Ammiro profondamente il modo di girare e tutto l’ impianto audio-visivo delle opere di Hussain.

    Alla prossima!

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    • paxy ha detto:

      Grazie Pietro, fa sempre piacere risponderti! Riguardo il paragone tra ‘La vie nouvelle’ e ‘Un lac’ non mi saprei esprimere con fermezza, certo quest’ultimo l’ho apprezzato di più ma è anche vero che ‘La vie nouvelle’ l’ho visto solamente una volta. ‘Sombre’, invece, lo ritengo inferiore, è un’opera prima che soffre molto di esserlo, anche se per certi versi risulta interessante.

      Bene, ci fa piacere che tu abbia apprezzato ‘La belle bete’ e concordiamo anche sul fatto che ‘Ascension’ sia superiore, ora però attendiamo la tua sul lavoro mancante di Hussain, se mai troverai il coraggio di guardarlo. 🙂

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  2. Frank ViSo ha detto:

    Al momento, il miglior Grandrieux anche per il sottoscritto (dopo due revisioni e appositi confronti con La vie nouvelle). Ma solo al momento però, qualcosa mi dice che il vero capolavoro potrebbe essere quello ancora invisto…
    Mi associo a Pietro e vi rinnovo i complimenti, ragazzi: ottimo articolo!

    P.S. Il lavoro mancante di Hussain: il famigerato “Subconscious Cruelty”?… sarà ora che mi decida a rivederlo pure io 😉

    Ciao!

    Piace a 1 persona

    • paxy ha detto:

      Grazie Frank! Siamo d’accordo sul fatto che ‘Un lac’ sia il miglior Grandrieux al momento ma credo che difficilmente ‘White Epilepsy’ possa essere meglio.

      Sì, si tratta di “Subconscious Cruelty”. Hai ragione, dovrei rivederlo anch’io, merita sicuramente una seconda visione.

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  3. i Flyis ha detto:

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    • paxy ha detto:

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