Take the 5:10 to Dreamland

Take the 5:10 to Dreamland (1976) – Bruce Conner / USA

Piuttosto anomala come operazione, se considerata all’interno del percorso creativo e rinnovatore intrapreso dall’autore statunitense Bruce Conner, una pellicola che, attraverso la pratica del collage, organizza una sorta di brain storming il cui concetto madre è la nostalgia. I toni fortemente elegiaci vengono amplificati e intensificati da una fotografia in seppia e dalle note sottilmente inquietanti di Patrick Gleeson. Incipit e conclusione, del resto, richiamando l’attenzione su di un ristagno d’acqua toccato da una pioggerella fitta e insistente, sono solo l’inizio di un percorso lento e soffuso, pervaso da una sensazione di mancanza, come se ci si trovasse a far fronte a un lutto o a un evento penoso. Tuttavia non sono dello stesso avviso le immagini, che dal canto loro si concentrano su soggetti a sé stanti ed eterogenei, semplici fenomeni osservati e notevolmente rallentati a suggerire un’attesa spasmodica, sofferente. Si intuisce nuovamente quanto l’oggetto dell’analisi del cineasta non sia un elemento concreto ma piuttosto un concetto incorporeo da materializzare con la visione. Laddove in ‘Valse Triste’ – opera strettamente collegata alla presente – a predominare era la volontà di raccontare con spensieratezza l’evolversi dell’economia – e in particolare del settore primario nell’America di inizio novecento – qui in ‘Take the 5:10 to Dreamland’ è tutto più caotico, istintivo. Conner sembra quasi voler lavorare sull’inconscio ribadendo, un’immagine dopo l’altra, l’importanza del lavoro sperimentale: fondamentalmente, la capacità di sintesi rapida ed immediata di sensazioni, impressioni, pareri, stati emotivi e persino avvenimenti, in un ordine e in un’ottica che scorgono nella libertà di espressione e nello stravolgimento dei tradizionali canoni stilistici una propria morale (e ciò soprattutto alla luce del lavoro politicamente e artisticamente rilevante attuato in opere come ‘Crossroads’ e ‘Report’). È solo allora che il titolo dell’opera ci accorgiamo alludere proprio a questo. I cinque minuti e dieci secondi cui essa fa riferimento sono infatti, altresì la sua esatta durata. Il biglietto di qualche bus, navetta o treno senza dubbio, ma non solo.

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