Studies for the Decay of the West

Studien zum Untergang des Abendlands (2010) – Klaus Wyborny / Germania

“Accordingly, I don’t think of pictures being images that record reality, but I consider them to be impressions depicting certain atmospheric qualities that are unique for a short moment or will disappear very soon. So I don’t aim at a realistic presentation of world phenomena, but I rather want to generate something like a visual impressionism in time”

(Klaus Wyborny in un’intervista rilasciata nel Giugno 2012)

L’intento di filmare come qualcosa di non troppo dissimile ad un “impressionismo visivo scolpito nel tempo” potremmo dire, l’immagine come istantanea di un preciso momento, considerabile in quanto tale e non come riflesso di una realtà, o perlomeno non in prima istanza. Wyborny riflette sul perpetuo evolversi del presente sfruttando il mezzo come variante rappresentativa, verificando quanto in ultima analisi l’ordinarietà di un’immagine rispecchi il cambiamento globale. Una riflessione che sfocia nell’ambientalismo soffermandosi però maggiormente sul divario tra causale-mezzo e causale-effetto: l’atto di filmare porta al porsi dell’immagine stessa parallelamente al soggetto affrontato, distinguendo dunque tra ciò che sta dietro alla creazione dell’immagine (montaggio, lavoro in post-produzione…) e ciò che al contrario è proprio di essa.

Nello specifico, ‘Studies for the Decay of the West’ lavora sull’effetto del progresso umano nell’ambiente (naturale, urbano e industriale) in una serie di  poco meno di seimilatrecento inquadrature in rapido susseguirsi. Seppur minimo, il lavoro dell’autore consiste nel frapporsi tra il materiale visivo riportato e la sua assimilazione. L’accompagnamento musicale a questo senso collabora nel restituire alle immagini il senso che le è proprio all’interno del discorso istituito da KW, ovvero il rapido deteriorarsi del pianeta e l’istituzione di un progresso illusorio. Dietro a quest’immane illusione rimane la convinzione di assistere a spettacoli grigi, orizzonti bui; habitat impoveriti e deperiti, una stasi evolutiva cui è seguito l’immediato aggravamento delle condizioni sine qua non di sussistenza/sopravvivenza del pianeta.

In cinque capitoli l’opera (che prende spunto da un saggio filosofico della prima metà del secolo del famoso filosofo tedesco Oswald Spengler), mette a confronto l’odierno porsi di differenti zone del mondo in relazione al simbolico crollo evolutivo dell’età moderna. Complessivamente si avverte una sorta di armonia nel connubio tra visivo e musicale, armonia che distende i sensi favorendo la percezione al contrario pessimistica dei soggetti via via osservati. Si crea così una dicotomia che consiste nell’individuazione e nell’interiorizzazione di queste due componenti in apparente contrasto, ovvero la pacatezza dei ritmi e la drasticità dei toni. L’immagine di Wyborny restituisce agli elementi osservati l’identità che li contraddistingue gettando sul tutto sensazioni nuove. La nostalgia per un’autenticità ed una bellezza perdute si muove pari passo ad una sottile disapprovazione che culmina nel finale in rapidissimi istanti di carcasse fumanti e relitti in fiamme.

Dal grezzo della fotografia a quel rosso che tinge sovente l’immagine conferendole vigore, una specificità che è altro rispetto all’originale ma che alla stessa si rifà per sottolinearne la sua unicità. Così Wyborny, parimenti a maestri come Sokurov o Piavoli, concepisce l’opera come una tela traslucida intrisa di impressioni, converte il concetto in creazione ma una creazione latente, forte di un potenziale che può rivelarsi solo all’occhio dello spettatore. Ogni minimo dettaglio contribuisce alla realizzazione di una, nessuna, centomila esperienze, un’occasione per chi osserva di riconoscersi avvertendo nell’esperienza sensibile non più una realtà ma una forma, che è vera quanto lo è ciò che suscita ma che, nel suo essere, mantiene, pur tuttavia, forte attinenza alla sfera del reale (maggiore in questo caso per ‘Studies for the Decay of the West’).

Voto: ★★★★★/★★★★★

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