Vision

Vision (2018) – Naomi Kawase / Giappone

A Nara, si conoscono Jeanne (Juliette Binoche) e Tomo (l’ultimamente consolidato Masatoshi Nagase). Lei è alla ricerca di una pianta che dicono crescere ogni 997 anni e possedere la facoltà di curare ansia, dolore e malessere; inizia così l’escursione nella foresta per comprovarne l’esistenza, in un viaggio ai confini del visibile dove le esperienze mistiche si confondono nel panismo più immersivo.

Si può dire che l’opera di Naomi Kawase sia quasi interamente legata al trascorso della regista e la scelta di ambientare le vicende di quest’ultimo lavoro nella sua città natale di nuovo lo comprova. Il presupposto autobiografico alla base della sensibilità di un autore nel suo caso è quindi parte stessa dell’opera, tanto più che la formula comunicativa alla quale assistiamo si presenta come il risultato della sinergia tra l’immagine e il racconto di sé, specie nei suoi lavori di finzione; allora le riprese appaiono come elaborate in un ibrido rappresentativo dove la narrazione va svanendo man mano che si prosegue nel sentiero della visione, affacciandosi in ultimo sul piano dell’esperienza. Comunicare per mezzo di se stessa, gesto aprioristicamente del tutto autoreferenziale, rientra così in un discorso depersonalizzato proprio in quanto sovverte l’impiego canonico della funzione descrittiva aprendosi a quello sensoriale.

Con queste premesse viene forse più spontaneo collocare meglio ‘Vision’ all’interno di un mondo più puramente fantastico che fantascientifico, come il tentativo estremo di fecondare una visione intersoggettiva. Estremo, per l’appunto, giacché per quanto ci si possa aspettare un certo minimalismo nell’esposizione, oltre all’ormai decennale tendenza al risvolto metafisico, si rimane comunque piacevolmente disorientati dalla carica anarchica sprigionata nel rifiuto di seguire linee guida narrative e/o temporali. Il complesso diegetico nel quale ci si inserisce non possiede punti di riferimento, né vuole darne, pone in atto anzi deliberatamente contraddizioni (nella ragione) ed estemporaneità (nei personaggi) costituenti le premesse per uno spaesamento che sia tale nella sua integrità, senza compromessi di alcuna sorta.

La foresta è un territorio di pace dei sensi, qui riappropriarsi del mondo interiore è il primo passo per ambire al trascendentale, attraverso un misticismo svincolato dalla matrice religiosa e per molti versi riconducibile all’idillismo malickiano. Un percorso di vita  spirituale, e non terrena, così va inteso l’addentrarsi in un luogo dove albergano assieme il lutto e la sua elaborazione/superamento, il corpo e lo spirito, e quando anche l’amore si realizza non conosce mai la sua parte lussuriosa. Allacciare un contatto con il metafisico nel finale appare pertanto possibile, una volta soppiantata la sospensione dell’incredulità e orientati da una prospettiva estranea a qualsiasi logica della visione ortodossa in virtù di una fruizione senza filtri, pericolosamente caotica ma dall’essenza quanto mai naturale.

Voto: ★★★★/★★★★★

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