Risvolti #4 – Japanese New Wave / Parte 2

MATSUMOTO, TOSHIO – FUNERAL PARADE OF ROSES (1969)

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Il primo lungometraggio dell’autore, reduce da numerosi esperimenti filmici, può considerarsi il manifesto per eccellenza dell’avanguardia giapponese. Sovversivo, dissoluto, innovativo, ribelle a 360 gradi. Una continua contravvenzione alle norme che prescrivono un’attitudine nell’individuo in relazione a diversi ambiti, da quello sociale, a quello politico passando per lo stesso contesto cinematografico. L’esplorazione del mezzo serve ed accompagna l’insorgenza di quello che poi è il punto centrale del film: l’inno alla libertà individuale. Libertà di essere, di non circoscriversi ad una determinata categoria, di manifestare puramente se stessi, impersonata dal transgender Eddie, personaggio protagonista. Un anticonformismo scomodo, kitsch, fortemente anti-pop dal tratto a volte gore, per quanto sempre esteticamente molto curato. La ricerca di un’identità sociale genuina e quanto più possibile incondizionata dalla comunità, diventa da subito perno dell’opera e nel suo condurre un discorso sociologico-politico, tanto crudo e disincantato quanto tristemente veritiero, scopre le ipocrisie celate nella concezione di individuo inculcata nella cultura moderna e pertanto le restrizioni che in qualche modo vi si interpongono nel conseguimento di una propria libertà. Matsumoto, con estrema lucidità ed audacia, mette in luce l’arretratezza culturale del suo popolo, nonché della società contemporanea, scardina l’ordinamento sociale e supera gli schemi che quest’ultimo prevede, ponendosi su un piano trasversale.

HANI, SUSUMU – NANAMI: THE INFERNO OF FIRST LOVE (1968)

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Tanto quanto i lavori di autori come Oshima, Adachi o Wakamatsu, anche Hani attinge a piene mani dai principi della Nouvelle Vague, e non solo: ‘Nanami: the Inferno of First Love’ pare rivedersi parecchio nell’intenso ‘Un uomo, una donna’ di Lelouch, sia nell’uso del bianco e nero sia in molti espedienti registici ma, in primis, nella storia stessa. Hani però, a differenza del francese, pare estendere notevolmente i significati dell’opera dando ad essa connotati sociali e psicologici oltre che stilisticamente rivoluzionari. Un giovane dal passato traumatico si innamora di una modella da nudo. Semplice in apparenza, l’opera mostra mano a mano di saper approfondire l’elemento centrale (il rapporto amoroso/sessuale tra i due protagonisti) rendendolo oggetto di analisi tutt’altro che ovvia, soprattutto grazie alla complessa caratterizzazione del giovane, ossessionato, marchiato a fuoco dagli abusi subiti e dalla conseguente impotenza ed incapacità di relazionarsi con l’esterno, e in seguito per mezzo di una regia d’avanguardia che tende spesso a destabilizzare (celebre la sequenza dell’ipnosi, tra i vertici di tale corrente). Senz’altro S. H., di certo non tra i principali esponenti del periodo, dimostra di mantenersi fedele agli ideali propugnati in favore di un Cinema ideologicamente e stilisticamente autentico, onesto e socialmente impegnato.

TERAYAMA, SHUJI – PASTORAL: TO DIE IN THE COUNTRY (1974)

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Affrontando la materia biografica, la propria infanzia e la propria crescita, e mettendo quest’ultima a diretto confronto col presente, ST imbastisce un’opera che mantiene lo stile visionario e onirico ponendolo però al servizio di un’operazione, quella appena illustrata, dove fantastico e reale divengono un tutt’uno. Un giovane vaga per la prateria, fugge dall’oppressiva vita con la madre ma si ritrova a fronteggiare spettri di un regista ormai trentenne che prova a liberarsi del passato inscenando i propri traumi giovanili ed esorcizzandoli per mezzo del Cinema. Un film che è una metafora, una metafora che rispecchia la realtà, insomma un gioco di specchi dove l’orrore (il circo ed il trauma dell’affacciarsi al mondo, al futuro), lo spavento (la prima esperienza sessuale), il disgusto, fanno tutti parte di un revival folle cromato in arcobaleno, vestito di insani, variopinti costumi e mascherato come in una recita, che poi come appena detto, tanto recita non è. Un film altamente concettuale e fuori dagli schemi cardine dell’ondata rivoluzionaria giapponese in oggetto.

WAKAMATSU, KOJI – ANGELI VIOLATI (1967)

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Propria del Pinku Eiga, corrente della quale Wakamatsu è il principale esponente, è la strumentalizzazione di erotismo e violenza per perseguire un ideale cinematografico che si riallacci saldamente alla realtà ed in particolare al vincolo tra società e politica imperante. Con ‘Angeli Violati’ egli raggiunge probabilmente l’apice di tale poetica realizzando un’opera che, come un unico atto teatrale, mostra in poco meno di un’ora un’escalation di sadismo mai vista sullo schermo. Un folle assassino, trascinato da movente ignoto, penetra in un modesto ospedale di provincia massacrando svariate infermiere dopo averle brutalmente violentate. Sul finale verrà poi folgorato dall’ultima giovane sopravvissuta invaghendosene. Estrosi quanto visivamente strabilianti ed anomali exploit onirici a parte, l’opera sevizia letteralmente lo spettatore sottoponendolo a violenze su violenze, ingiustificate e continue; tutto ciò, come nel resto delle opere di KW, lungi dal risultare fine a se stesso, stupisce per l’incredibile coerenza artistica e tematica alla base. Il piano psicologico dell’assassino viene messo da parte così come la costruzione potenzialmente essenziale di un antefatto, prologo, flashback o altro che spieghi o permetta di interpretare il resto dell’accaduto inserendo le vicende in un quadro logico esaustivo. Qui inoltre il regista pare voler eccedere in virtuosismi, tanto come già accennato inaspettati quanto di fatto sublimi nell’inserirsi coerentemente all’interno della vicenda (da ricordare a riguardo il passaggio da b/n a colore nella penultima sequenza dell’opera). Ottimo il risultato.

ADACHI, MASAO – GALAXY (1967)

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Una lunga militanza politica all’interno dell’Armata Rossa, due arresti e forti osteggiamenti produttivi hanno segnato la carriera dell’autore, impossibilitato al lavoro con la cinepresa per oltre trent’anni. Ciononostante, nei suoi lavori è riuscito a palesare una versatilità, uno spirito rivoluzionario e una padronanza del mezzo che lo consacrano nella cerchia degli artisti più significativi del periodo. ‘Galaxy’ è estremamente rappresentativo in questo senso e segna inoltre un punto di svolta nella carriera di Adachi, che da allora si avvicinerà sempre più al pinku eiga, conservando sempre la carica espressiva e il tratto mai derivativo che lo caratterizzano rendendolo un autore unico e prezioso. Qui, prende vita un universo surreale dove nulla è certo e tutto è possibile. Onirismo esasperato fino al delirio, fotografia in perenne mutazione, montaggio frenetico e un senso di smarrimento opprimente seguono un incidente in auto. La narrazione si sviluppa per sillogismi ponendosi su un piano altro alla logica, si ricorre alla parapsicologia per tentare di comprendere la realtà. Il tempo è come fermo, resti mnemonici di un passato si confondono con proiezioni immaginarie presenti e future, immagini di una dimensione paradossale si succedono senza sosta e suggeriscono la possibilità di una vita dopo la morte dove corpo e spirito si scindono annunciando un esoterismo più metaforico che propriamente religioso. Un viaggio allucinatorio da esperire ed ammirare. Difficile non subirne la magia.

MASUMURA, YASUZÔ – BLIND BEAST (1969)

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Tra le svariate opere dirette dal regista giapponese Yasuzo Masumura, ‘Blind Beast’ risulta probabilmente come la più disturbante. Seppur qualitativamente mediocri, le opere dell’autore spiccano, specie alcune, per grande audacia. Quella in causa così come ‘Manji’ (assieme alla quale forma un ideale dittico tematico), porta sullo schermo spinto erotismo ma soprattutto un livello di depravazione sicuramente eccezionale. Qui un folle scultore cieco rapisce una modella segregandola nel proprio eccentrico laboratorio e sottoponendola a sevizie e pratiche corporali che getteranno entrambi sul baratro della follia fino, in ultimo, alla morte stessa. Come già detto le pellicole di Masumura non ostentano livelli tecnici particolarmente elevati né pretendono di possederne. Piuttosto pare che YM voglia focalizzarsi sull’originalità di un blocco tematico poco affrontato in Giappone in maniera tanto scabrosa, e ciò sicuramente gli va riconosciuto come merito. Se da un lato dunque a non convincere del tutto è la piattezza con la quale vengono affrontati tali temi, meritevoli di tutt’altro stile (sicuramente più intraprendente), dall’altro straordinarie scenografie suggellano scambi accattivanti e ben ideati nonché un intreccio mai del tutto banale e prevedibile.

NAKAHIRA, KÔ – LA STAGIONE DEL SOLE (1956)

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Portabandiera simbolico della nuova ondata cinematografica giapponese, ‘La stagione del sole’ riesce tutto sommato sufficientemente a riassumere attraverso una storia ed uno stile piuttosto ordinari le necessità e gli ideali della propria generazione. Il film racconta infatti delle vicende di un gruppo di ragazzi in cerca di avventure e sballo e in particolare di due fratelli in competizione per la stessa donna, tanto affascinante quanto già maritata e di dubbia moralità. Inutile aggiungere che l’epilogo sarà tragico per i tre. Siamo ben lontani dai livelli a cui abituano gran parte degli autori del periodo, eppure nella sua mediocrità LSDS convince in più di un particolare, primo su tutti il ritratto genuino e rabbioso di una gioventù allo sbando, fatta di adolescenti donnaioli e immorali e adulti assenti o incapaci. Un film che vanta almeno un paio di momenti validi (primo su tutti il finale) ma che soffre troppo dall’anonimato di una direzione scialba e convenzionale.

ÔBAYASHI, NOBUHIKO – THE VISITOR IN THE EYE (1977)

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Se nella carriera di Obayashi è inevitabile parlare di cambiamento stilistico radicale, ‘The visitor in the eye’ è il film prodotto nell’anno di questa svolta, che di lì in poi segnerà il resto della carriera dell’autore. Nel 1977 il regista girava il film che gli ha conferito notorietà, se non in patria quanto meno al pubblico occidentale; ‘House’ infatti riassumeva in qualche modo l’opera fino ad allora realizzata (che contava solamente due lungometraggi oltre a diversi cortometraggi altrettanto rilevanti), gli elementi caratteristici che la contraddistinguevano (follia, grottesco, onirismo e caricature esasperate tendenti al trash). Il suo contemporaneo ‘The visitor in the eye’, un dramma bizzarro dall’accento paradossale, conserva ancora qualcosa di quel tratto deviante ed allucinatorio: giochi di luce e deformazioni dell’immagine si presentano in un contesto surreale (seppur non troppo convinto di esserlo) che non si spiega molto all’interno di una narrazione piuttosto banale, priva di quell’originalità dal tocco geniale per quanto sia forse l’ultimo lavoro riecheggiante il primo periodo dell’autore.

JISSÔJI, AKIO – POEM (1972)

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Tra i volti meno noti e meno fertili del panorama suo contemporaneo, Akio Jissoji si distingue anzi per un Cinema d’avanguardia ed un eroticismo istintivo, connaturato all’interno della società dipinta. ‘Poem’ utlizza le caratteristiche appena illustrate unendole ad un discorso intriso di pessimismo e disincanto. Pessimismo verso un Giappone in decadenza, senza ideali, mosso solo da interessi pecuniari e pronto a svendere le proprie radici culturali. Il giovane protagonista si immola infatti come protettore di una famiglia benestante servendola con rigore e fervore utopista, ma quella sobbarcatasi si dimostra essere una missione minata dall’ingenuità nel credere in un qualcosa di astratto, puro proprio in quanto vanesio, intangibile. A questo punto la cruda realtà dei fatti viene a galla in un finale quasi agghiacciante, intriso di violenza e disperazione; la famiglia ha svenduto i propri possedimenti, la donna in cui confidava, il suo primo rapporto sessuale, si rivela essere un ulteriore delusione. Quella che in fin dei conti, da una parte è senza dubbio malvagità, dall’altra è nient’altro che folle candore, innocenza. Seppur meno visionario del precedente ‘Mandara’, il suddetto si rivela essere un film stilisticamente raffinato, lento e calcolato in ogni minima scelta registica ma anche di grande impatto emotivo e originale nella messa in scena, sottile e tagliente nelle profonde inferenze psicologiche sviscerate.

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