Poor Little Rich Girl

Poor Little Rich Girl (1965) – Andy Warhol / USA

Edie Sedgewick: icona di moda, lusso e fama all’epoca dei sixties, è anche un volto simbolo dell’opera di Andy Warhol. All’occhio dell’autore, la figura della giovane ereditiera viene temperata, riportata a uno stato ordinario, questo in forza di un’azione plurivoca che da una parte mette in crisi l’entità nobile-aristocratica del personaggio e dall’altra eleva l’innocenza della persona, ne consacra la fragilità. Dall’idea di riprendere Edie (allora 22enne) e “registrare la sua favolosa ordinarietà” nasce ‘Poor Little Rich Girl’, titolo omaggio all’enfant prodige Shirley Temple ma soprattutto espressione guida dal preannuncio ossimorico di un disinganno.

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Un viaggio nell’intimità della ragazza strutturato in due parti che si giustificano nella loro contrarietà (la prima fuori fuoco, la seconda a fuoco), la cui divisione netta suggerisce il parallelo tra progressione temporale e confidenziale nel percorso routiniero. Non vi è alcuna improvvisazione, si vuole arrestare la consuetudine del momento in favore di un’esplorazione che colga implicitamente la realtà senza mai ricercarla, la mostri in modo quasi involontario. Il tentativo di riflettere sulla visione è una costante nella cinematografia di Andy Warhol, si può dire che la genuinità del suo gesto sia pertanto del tutto indipendente dalla natura della ripresa (minimamente significativo, in questo senso, realizzare di stare di fronte a uno dei suoi pochi documentari) qui, però, oltre al tipico carattere investigativo/meta-cinematografico subentrano altresì delle inclinazioni più soggettive, riservate. È difatti una delle opere in cui meglio traspare la sensibilità dell’artista, il suo scrutare è sempre estremamente accorto nel lasciare intatto un certo riguardo per la ragazza, l’operazione intentata è tutt’altro che voyeuristica, procede verso la comprensione di un mondo interiore composto da pensieri ed emozioni, votato all’immaterialità.

Il tempo è ancora una volta primo attore, scandito senza affettazioni nella sua piena naturalezza a sottolineare l’individualità icastica della Sedgewick, incessantemente fissata dalla cinepresa per tutti e 66 i minuti dell’opera. Prospettiva che si stringe e si allarga, si sfoca e si schiarisce aprendo tacitamente al dialogo camera-oggetto – che è sottinteso divenga spettatore-Edie – enfatizza lo sguardo a mo’ di vanto feticistico, la fisionomia, quel sorriso dal quale comunque traspare infelicità celata da spensieratezza. L’inserimento nella sfera del privato è del tutto deferente, quasi ossequioso, il contatto avanza incrementale a passi granulari sino ad accostarsi in adiacenza alla persona, svincolata dalle altezzosità da star dello spettacolo e forte di un nuovo status ottenuto nell’anonimato, quello di diva nella consuetudine. In aggiunta all’immagine candida e alla personalità naïf, la disinvoltura e l’immediatezza di Edie che bucano lo schermo (in ‘Outer and Inner Space’ Warhol riprende unicamente il suo viso) nonostante non sia un’attrice. Un saggio rappresentativo sulla ripresa dell’anima attraverso il corpo ma allo stesso tempo il trionfo della vita sul racconto, un inno alla libertà dove regna il momento e la sua fugacità annienta il desiderio di eterno.

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Voto: ★★★/★★★★★

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